venerdì 16 ottobre 2020

Caro Amore mio

 Caro Amore mio, 

mi manca cercarti tra le foto, tra i post, tra le parole di una canzone indie che interpreterò a modo mio, forzandone il senso per darne uno a quello che ho nel cuore.

Mi manca leggerti nei libri e guardarti nei film, mi manca contare i giorni che mi separano da te, mi manca sentirmi sicura tra le tue braccia.

Caro Amore mio,

hai avuto tante forme, sempre diverse, alcune meravigliose, alcune terribili. 

Sei stato il bambino secchione del primo banco alle elementari, quello che mi regalò una scatolina bianca piena di regalini e una poesia scritta in penna blu: tra le rose rosse tu sei la più bella.

Sei stato il ragazzino scapestrato coi capelli rossi alle medie, quello col quale ridevo e per il quale ero l'amica più cara, quello che diceva che ero figa perché guardavo i Simpson e non le cose da femmine.

Sei stato il ragazzo del campeggio, che aspettavo arrivasse l'estate per tutto l'anno per vederlo. Quello per il quale cambiai stile e gusti musicali, quello per il quale imparai a suonare la chitarra, quello che mi spezzava il cuore ogni volta che invitava a ballare qualcuna che non ero io.

Sei stato il mio primo bacio, sotto il portone di casa mia.

Sei stato il mio professore di filosofia che mi ha fatto amare il lunedì mattina.

Sei stato il compagno di università col quale preparai quell'esame su Orfeo ed Euridice, quello che partì per Parigi lasciandomi a piangere nella macchina di un'amica, inconsolabile.

Sei stato la prima volta che ho fatto l'amore, e l'ennesima che sei andato troppo lontano perché potessi raggiungerti.

Sei stato quei ragazzi che ho ferito, quelli ai quali non ho dato più che il guscio vuoto lasciato da chi s già  era già preso tutto.

Sei stato le mani che sapevano disegnare e accarezzarmi dolcemente, mentre annusavo gelsomini in fiore. La musica sporca e pura, i colori accesi e spenti insieme. La puzza di fumo e le coperte logore in un seminterrato.

Sei stato forza motrice che mi ha portata lontano, che mi ha resa peggiore nel tentativo di farmi splendere di luce mia.

Sei stato la forza motrice che mi ha ricondotta a casa e mi ha portata nel suo nido, che era un covo di serpi in un rovo di spine che più mi abbracciavi e più mi conficcavi nel petto.

Sei stato l'amico che mi ha sorpresa con un bacio che non aspettavo e che mi è costato tutto.

Sei stato i baci sul mare, i muretti, gli interi di amaro, l'estate in cui ingoiavo le mie lacrime e la tua saliva.

Sei stato il vino rosso bevuto in bicchieri di carta davanti al castello, gli abbracci di un cuore ferito che non mi è appartenuto mai per davvero.

Ora sei casa, famiglia, eppure mi manchi.

Mi manca sentirmi al sicuro.

Quando male mi hai fatto, caro Amore mio.

mercoledì 25 marzo 2020

ennesimo post retorico sul valore del tempo e l'importanza delle cose che capisci solo dopo che le perdi blabla

Facciamo finta che
'sto covid-19 ci ammazza tutti, no? Cioè, nel senso che proprio ci estinguiamo perché non siamo resistenti a questo nuovo patogeno, i guariti lo riprendono e i morti risorgono in forma di zombie e infettano i sani. Ha pure il nome figo, ti dà proprio di operazione militare, di cosa parascientifica, di cosa che fa paura perché ha 'sta nomenclatura asettica, pensa se si fosse chiamato tipo boh Giancarlo, o se gli avessero dato un nome carino tipo morbillo e orecchioni che sono malattie orribili ma hanno un nome che sembra inoffensivo e invece no, COVID-19.

Che poi a ben vedere è anche probabile che gran parte dell'ansia che questo nome mi provoca è dovuta alla presenza del numero, dato che c'ho questa specie di riflesso pavloviano per cui i numeri mi mettono ansia perché li associo a quella gran mignotta della maestra di matematica delle elementari che la matematica me l'ha fatta odiare e poi ho smesso di capirla da quando l'hanno mischiata con le lettere, quindi COME posso non provare angoscia a leggere COVID-19? Lettere e numeri insieme, una cosa che so per assioma che non capirò, solo che qui non ho il compagnetto-secchia al quale chiedere di copiare i compiti, perché manco la peggio secchia ci capisce nulla di 'sta roba e allora ci guardiamo, io sul mio banco e lui sul suo, sbarriamo gli occhi e ci chiediamo se sia meglio provare a risolvere l'esercizio o lasciare in bianco.
Cosa che non si è mai capita perché ogni professore c'ha una visione sua su 'sta cosa: uno ti premia perché almeno ci hai provato, l'altro ti premia perché è meglio stare zitti e lasciare agli altri il dubbio che tu sia scemo piuttosto che parlare e rendere la cosa palese e quindi ti ringrazia non penalizzandoti, in questo stallo alla messicana di non azioni che risulta in un 5- che risulta, a sua volta, in uno sguardo colmo di compassione e pena di mamma e papà che scuotono la testa e pensano "eppure, da piccola, sembrava tanto sveglia".

Ma sto divagando: facciamo che moriamo tutti e che l'unica cosa che resta di questo breve periodo di umanità è quello che abbiamo lasciato su internet e sui nostri cloud (che ancora non ho capito come funziona, spero comunque che i miei nudes siano salvi e che li abbia visti solo io e il tizio che mi ha formattato il computer qualche anno fa HEY Sì LO SO DICO A TE SO CHE LI HAI VISTI) e, tra le altre cose, il mio blog.

A voi, alieni, umani del 3000 immuni a ogni pestilenza, robot, progenie di quelli che stavano chiusi nella casa del GF da prima che la pandemia cominciasse e che quindi, verosimilmente, saranno gli unici salvi alla fine di questo.
A voi voglio dire che ho aspettato venti giorni dall'inizio del lockdown per trovare il coraggio di rubare del tempo a un lavoro che detesto per dedicarmi a questo, a scrivere minchiate su un blog che leggono in tre.
Voglio dirvi che mi sembra di commettere il peggiore dei crimini ogni volta che leggo o disegno o guardo un film perché "dovrei" invece lavorare.
Voglio dirvi che per me e per migliaia di persone come me, è impensabile godersi qualcosa (a prescindere dalla pandemia) senza pensare alle conseguenze, che la pressione è talmente tanta che a volte pensare "magari esco per andare a lavorare comunque, mal che vada sto con la febbre qualche giorno" mi sembra ragionevole.
E verosimilmente lo farei, se vivessi da sola.
Invece mi porto il lavoro a casa e guardo i faldoni che si accumulano sul tavolo da pranzo, leggo le mail di gente che vuole sapere "com'è la situazione". De che? Che volete sapere? C'è una cazzo di pandemia, la gente muore e francamente poco me ne frega se la signora del piano di sopra fa sgocciolare i panni sul tuo balcone.
E' terribile la consapevolezza che, nemmeno sotto costrizione, riesco a dedicarmi alle cose che ho amato fare senza sentirmi in colpa. Che a un certo punto non è manco più una roba di piacere, ma un qualcosa da fare per mantenermi sana di mente dopo un mese di domiciliari.

E' atroce pensare che provi più soddisfazione nel chiudere un bilancio condominiale piuttosto che nello scrivere l'ennesimo post retorico sul valore del tempo e l'importanza delle cose che capisci solo dopo che le perdi blabla.
Disegnare? Che perdita di tempo.
Leggere? Pff, che vuoi che dica di interessante quel libro?
Vuoi mettere la soddisfazione di inserire in una tabella tutte le spese condominiali? Quello sì che è bello! Quello sì che verrà ricordato! Quello sì che mi renderà una persona felice e realizzata.

Siamo malati, e non di covid-19.



martedì 5 febbraio 2019

pt.7






Le domeniche più belle erano quelle in cui la luce del sole entrava di soppiatto
dalla finestrella in alto, quella coi vetri rigati che non chiudevamo mai.
Aprivo gli occhi, mi guardavo intorno ed era tutto sospeso: le pareti bianche,
 i poster mezzi scoloriti a coprire le macchie di umidità,
i sottobicchieri che procacciavo per te nei pub con un'assiduità
che prima di allora avevo riservato solo alle figurine dei Pokémon, quando ero piccola.
I miei occhi vagavano per la stanza, avidi di ogni dettaglio,
mossi dal timore di dimenticare come s'incrociavano i tubi sul soffitto,
o quali fossero i punti in cui il pavimento in linoleum era lacerato.
Alla fine, quando ero ormai sazia di dettagli, mi voltavo a guardarti.
 Le ciglia chiuse, le palpebre mosse dai sogni che mi avresti raccontato da sveglio.

Ti osservavo dormire e tu percepivi il mio sguardo.
Sorridevi, con gli occhi ancora chiusi.
Con le mani mi cercavi e mi trovavi, mi stringevi e sorridevi ancora, di più.

Mi stringevo a te, col mio orecchio sul tuo cuore.
E pensavo che quel battito era solo per me,
e che era splendido e terribile non poter abbracciare un suono.
L'ho lasciato ai miei ricordi, alla mia testa
che ne modifica ritmo e intensità a suo piacimento,
come se non fosse stato importante, come se una cosa valesse l'altra.

Ci alzavamo, ci rivestivamo intervallando ogni gesto a un bacio,
o un abbraccio, o una qualsiasi cosa che ci tenesse sospesi ancora per un po'.
Non c'era fretta, non c'erano cose da fare.
Sì, l'università, lo studio, la laurea; ma alla fine chissenefrega.
C'eri tu, c'ero io. C'era la tua chitarra, la vecchia PlayStation
 e quel gioco che non abbiamo finito mai.
C'era la musica che veniva dal piano di sopra.
C'erano le bottiglie vuote, i vestiti sul pavimento,
i posacenere, gli oggetti dimenticati.
E noi che rendevamo romantico il disordine senza alcuno sforzo.
Alle volte, uscivi dalla stanza mentre io ancora combattevo con la voglia di rivestirmi.
Tornavi e avevi in mano due tazzine di caffè.

Uscivamo, il profumo dei gelsomini mi mandava in estasi.
Lo sai che è il mio profumo preferito, quello dei gelsomini?
Lo sai, te lo dicevo ogni volta.
Percorrevamo il viale mano nella mano e io trotterellavo felice
e guardavo il cielo e poi gli alberi, i gatti,
le vecchie affaccendate sui loro balconi.
E guardavo te, e ogni tanto ti sorprendevo a guardarmi e a sorridere.

Percorrevamo in auto la strada che separava le nostre case
e io guardavo il mare e ti dicevo
 che, magari, la domenica successiva avremmo potuto fare una passeggiata là.
Mi dicevi che sì, andava bene, e di domeniche ne sono passate tante,
ma quella passeggiata non l'abbiamo fatta mai.
Mi prendevi la mano ogni volta che cambiavi marcia. Mi baciavi ad ogni semaforo.
Mi lasciavi sotto casa e mi baciavi, e io baciavo te
e ridendo ci chiedevamo se avremmo mai smesso di baciarci,
se saresti mai riuscito a riaccompagnarmi a casa
e a lasciarmi andare senza baciarmi mille volte, prima.

Non ci sei riuscito mai.


pt.6

Noi, che abbiamo venti/ventuno/ventidue/ventitrè/ventiquattro/venticinque anni e della vita non abbiamo ancora capito nulla.

Noi che sentiamo la pressione della competizione coi nostri coetanei che qualcosa di buono l'hanno fatta. 

Noi disordinati, caotici, pensierosi, romantici, disillusi e tutta questa roba che fa tanto belli e dannati.

Di lettere che cominciano così ne spuntano un paio al mese:
plurale maiestatis, foto di ragazza con cuffiette nelle orecchie che guarda malinconica fuori dal finestrino di un treno e compatimento collettivo. Diventano virali, ci rinuorano per i dieci/quindici minuti successivi alla loro lettura e poi spariscono nell'etere. Lettere fatte di frasi brevi che significano tutto e niente, lettere fatte di elenchi e ripetizioni a inizio frase perché abbiamo la convinzione che quello sia il modo più efficace di far passare concetti e pensieri di una certa portata.*

*(e sì, potrei star usando lo stesso stile che sto criticando - volutamente)

Lettere che esaltano l'indecisione, la vita vissuta in perenne attesa di qualcosa o qualcuno.
Lettere che esaltano la mediocrità, insieme ad articoli che erigono qualsiasi difetto o stranezza a sintomo di indiscutibile intelligenza.

I single sono più intelligenti.
Chi ha le maniglie dell'amore è più intelligente.
Chi scorreggia sotto le lenzuola è più intelligente.
I solitari sono più intelligenti.
Le donne con le tette piccole sono più intelligenti.
Gli uomini con le tette sono più intelligenti.

"La scienza dice". E noi condividiamo.

Tutti assiomi ricavati da un qualche studio in una qualche università della California in cui i ricercatori passano le giornate ad appuntarsi chi, tra panzoni e petomani, risolva più rapidamente il cubo di Rubik.
Davvero, è così che me lo immagino.

Sembra una di quelle gare in cui alla fine vincono tutti. 
"Bravo, hai partecipato alla vita, qualcosa di buono sicuramente l'hai fatto! Come dici? Mangi gli spaghetti usando il cucchiaio? Allora sei più intelligente!"

Stesso discorso per le lettere accorate, tipiche dei blog e dei giornali online che campano di clickbaiting.

"A te, ventiqualcosenne che ancora vivi dai tuoi e passi la vita a smanettare al pc invece di fare qualcosa di buono. Non sei un imbecille pigro e impreparato alla vita, no! Sei speciale! Vieni a leggere mille storie di altri speciali come te! Non sei solo!"

La verità è che siamo degli inetti e che abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica che non è così, ma che stiamo solo aspettando il nostro momento per sbocciare, come se dipendesse da un qualcosa che non siamo noi. Siamo passati dal buttare i nostri pomeriggi a guardare i cartoni animati al momento in cui qualcuno ci ha messo un diploma o una laurea in mano e ci ha detto "quella è la vita, vai e fanne il tuo capolavoro".

Nulla di più spiazzante. Libertà liberticida.

E vai di frasi motivazionali su Facebook, di foto di giovani americani biondissimi su Instagram che passano le giornate a frullarsi complicatissime colazioni ipocaloriche e a comprare vestiti e accessori nuovi. E tu stai a casa a guardare le loro vite, mentre te ne stai in tuta a sgranocchiare snack e aspetti il download dell'ultima puntata di una delle settanta serie tv che segui. E l'unica cosa che aspetti con ansia sono gli infiniti reboot di quella roba anni '90 che ha forgiato la tua mediocre personalità, salvo poi criticarli sul tuo blog non appena esci dal cinema con parole al vetriolo perché "era meglio l'originale". E non lo ammettiamo che questo perpetuo ripetersi di film, serie tv, cartoni animati riveduti e corretti altro non è che il nostro modo per sentirci ancora legati a quegli anni, di aggrapparci con tutte le nostre forze alla convinzione che quei momenti di innocenza e spensieratezza non sono ancora finiti.

Ogni tanto, giusto per ingannare te stesso fingendo che stai davvero facendo qualcosa, cerchi lavoro online. Incredibile il numero di parole zeppe di sillabe altisonanti che la gente che scrive annunci usa per dire "cerchiamo operatore call center" o "tizio che vende depuratori porta a porta". Ma loro sono interessati alla tua crescita professionale, eh! Loro hanno a cuore la tua formazione, la tua esperienza, la tua carriera! Duecento euro di fisso e dieci euro a provvigione, il tutto al piccolo prezzo della tua anima. Che quasi quasi guadagni di più restando ad ammuffire sul letto e a cercare foto di gattini carini.

"Ma non è un ufficio come gli altri, è una grande famiglia! Vedi la foto di questo generico ragazzo? Sette mesi fa era come te! Poi, una provvigione alla volta (ottenuta chiedendo ai passanti di donare soldi ai bambini africani), in sette mesi è diventato il nostro capo! Questo grattacielo è tutto suo! Devi essere carina, di bella presenza! Sorridi sempre, scherza con le persone! E' un lavoro per il quale bisogna essere svegli, comunicativi! Fai anche vedere un paio di foto di bambini con la pancia gonfia e con le mosche sugli occhi, che s'inteneriscono e sganciano prima i soldi!"

(Giuro di non aver inventato una parola di questo discorso. Me lo sono sentita dire sul serio, prima di uscire da quell'ufficio strappando il bigliettino con su scritto l'orario del prossimo incontro).

No, davvero, come fanno le ragazze di Instagram? Positività e tisane appiattisci-stomaco bastano a salvarci dal tracollo?

Ed è assurdo il fatto che non trovi risposte a queste domande, dal momento che avendo pancia, cellulite e doppie punte, sono "più intelligente" (di chi?) almeno secondo tre-quattro articoli diversi.

pt. 5

È notte, sono sola e cammino per strada. la città è deserta, complice il freddo e una qualche partita della quale m'interessa molto poco. È una di quelle sere troppo belle per sprecarle a far finta di ascoltare gli altri, troppo silenziosa per fingere di aver messo da parte problemi pensieri e paranoie per il bene di un'uscita tra amici. 
Tanto lo so come va a finire. 
La solita birra, le solite cose, gli amici che parlano e i miei occhi che, uno alla volta, s'incollano a uno degli schermi che trasmettono Mtv. Video e audio rigorosamente fuori sincro.
Che poi, me la chiedo da anni 'sta cosa, perché tenere tre, quattro schermi accesi a trasmettere video musicali e usare tracce audio casuali con Spotify, magari pure la versione Free che ti manda le pubblicità a tradimento? Perché in Tv c'è Beyoncè e alla radio passano gli Smiths?
E mentre cerco una risposta intellettuale a questo annoso quesito, vengo richiamata all'ordine. Questo, nel migliore dei casi. 
Nel peggiore (e ahimè più frequente) mi chiedono se sia tutto ok, se ci sia qualche problema.
No amici, sul serio, è che Beyoncè che muove il culo mentre Morissey canta è disturbante, ma un po' mi fa anche ridere.

Però, insomma, stasera questa cosa qua non mi va. Non ho voglia di dare spiegazioni e, se mi vien voglia di fissare la tv in un locale, o di creare strutture a caso coi gusci dei pistacchi, o anche solo di starmene su una panchina a fissare un albero, voglio poterlo fare senza sentirmi in dovere di dover rassicurare chi mi è accanto perché, davvero, va tutto bene.

Che poi -cammino- sul muro accanto alla porta del locale nel quale avevo scelto di entrare, c'è un disegno. Un uomo mascherato, un delfino, una chitarra, delle note, una sigaretta.
Lo guardo, osservo i tratti duri e spigolosi del suo volto, e da quei tratti riconosco le tue mani. 
Ci ho preso, c'è la tua firma, in basso a destra.
Ed ecco che la serata in solitaria, quella che avevo scelto di passare con l'unica incessante compagnia del mio cervello, è diventata una birra con quello che il tempo passato assieme mi ha lasciato di te.
È come banchettare con un fantasma. O un folletto. O un amico immaginario. Fai tu, ché a me sembra tutto un po' banale.
Sarà che ormai sono grande, ho un lavoro, degli obblighi sociali e delle responsabilità e mi sembra così idiota lasciare che un disegno su una parete mi turbi così tanto, nella sera in cui avevo deciso di stare in armonia col mondo. Che poi, forse, cercare l'armonia attraverso l'isolamento non è una strategia poi così brillante.
Così come non è brillante uccidere l'istinto che ho di chiederti, ancora una volta, come cazzo stai, bevendo un sorso di vino ogni volta che prendo quel cavolo di telefono e inizio a digitare.
Ché, un sorso alla volta, il calice di vino diventa un altro calice di vino. Che poi diventano tre. Che poi diventano me, che mi chiudo nel cesso e mi fisso allo specchio e mai -giuro, mai- mi sono sentita così lontana da me stessa. Ma chi cazzo sei, oh? Che guardi? L'ho sempre avuta quella ruga sul labbro? Cristo, ho venticinque anni, non settanta. Magari vedo male.
Con l'età, succede.
Il trucco sbavato mi manda in bestia, non ho manco mezza salvietta per aggiustarlo. Ora penseranno che mi drogo o, peggio, che ho pianto nel cesso. 
Ma io non piango, non piango, non piango, ti dico.
Questa roba qua è casuale, è colpa del freddo. O di un'allergia. O magari è colpa mia che mi sto stropicciando l'occhio da venti minuti per aggiustarmi il trucco.
Mi sa che è questo.
Su una piastrella, accanto allo specchio, di nuovo la tua firma.
Cristo, c'hai trent'anni e ancora imbratti i cessi dei locali?
Mi appoggio al lavandino. Fisso me, o chiunque sia quella povera stronza che mi fissa dall'altra parte dello specchio. Fisso me/quella e la piastrella col tuo nome.
Frugo in borsa. Magari trovo una penna, così posso scriverti almeno qua, posso scriverti "cretino, che cazzo fai? Scrivi il tuo nome sulle piastrelle dei bagni dei locali?"
Magari ci aggiungo qualcosa che capiamo solo io e te, così capisci che sono io e magari stavolta me lo chiedi tu, come sto.
Però, se ti scrivo che sei un cretino a scrivere su una piastrella, e se per farlo scrivo a mia volta su una piastrella, sono cretina anche io? 
Magari ti faccio un cuoricino, un banale cuoricino.
Non c'è nulla di male, è una cosa che potrebbe disegnarti anche un amico. 
Però, sai, un cuoricino potrebbe essere frainteso e noi ormai quella fase là l'abbiamo passata da un pezzo. Io ho la mia vita, tu la tua.
Non è il caso di essere ambigui, non vorrei lasciarti un messaggio sbagliato, magari si creano equivoci, casini vari e non è il caso.
Facciamo che ti lascio una faccina che sorride. Uno smile. Un banale smile accanto al tuo nome. Semplice, cordiale. Come i sorrisi di cortesia che riservi alla gente che incontri per strada, quella che non hai voglia di fermare e alla quale non hai voglia di chiedere come sta; però sta male dire "ciao" e passare oltre, allora dici "ciao" ma sorridi pure, così lui/lei capisce che non ti sta sulle palle e che magari vai di fretta, e tu ti senti meno in colpa.
Però -e ancora cerco una penna nella borsa- non vorrei, magari, che pensassi che questo smile te l'ha lasciato qualcun'altro. Magari una tizia a caso che ti piace e con la quale non vedi l'ora di attaccare bottone. Quale scusa migliore se non "ehi ciao, hai messo tu uno smile accanto alla mia firma, sulla mattonella nel cesso di tal locale?".
Non che sia gelosa, sia chiaro.
Io ho la mia vita, tu la tua ed è giusto che sia così.
Ma non ho intenzione di agevolarti i flirt. 
Che poi, giro perennemente con penne e pennarelli in borsa ché non si sa mai, ma oggi non ne trovo una a pagarla oro.
Per un folle momento, penso di bucarmi l'indice col canino e di scrivere su quella mattonella col sangue. Però, se è vero che ho in corpo tre calici di vino, che non sono propriamente pochi; è anche vero che non sono abbastanza da indurmi all'automutilazione per l'anima di nulla. 
Anche perché, diciamocelo, per quanto il contenuto possa essere amichevole e cordiale, nessun messaggio scritto col sangue ispira particolare fiducia, né esprime particolare sanità mentale.
Sono qui da non so nemmeno più quanto, ancora alla ricerca di una penna perché devo assolutamente scriverti questa cosa, o disegnartela o ancora non so cosa, non so come, non so perché ma devo.
Trovo una matita rossa, per labbra. Non mi fa impazzire l'idea di passarla sulla piastrella del cesso di un bar, e manco finisco di pensarlo che già la punta della matita è sotto il tuo nome e già sta scrivendo, senza aspettare istruzioni dal resto di me. Come se si muovesse da sola, come se avesse una sua volontà. Come se sapesse meglio di me cosa ci fa là, come se la mente fosse sua, e io il suo strumento. 
Guardo la piastrella.
C'è il tuo nome e, sotto, l'unica cosa che avrei voluto scriverti. 

Come stai?

pt.4

A volte, mi capita di pensare che sarebbe confortante non sapere che il tempo passa.

Elemosinare empatia al Mondo non ha senso. Il sole continuerà a sorgere e a tramontare, anche quando sarò in ginocchio, piegata dai singhiozzi. Anche quando chiederò pietà alla Luna e le pregherò di restare ancora un po', perché non sono pronta per un nuovo giorno. Perché trovo ingiusto non potermi prendere del tempo in più.
È come se un regista capriccioso ed esigente mi prendesse con la forza per un polso e mi costringesse a recitare una parte che non conosco in uno spettacolo di cui ho solo sentito parlare. 
Niente prove generali, niente copione.
I riflettori puntati in faccia, gli occhi che lacrimano e, nel buio, il pubblico che non riesco a vedere. Sorride? È annoiato? Mi ascolta?
C'ho 'sto faro negli occhi e non vedo oltre la punta del mio naso. Per quanto ne so, potrei esserci solo io.
Vorrei girarmi, dire al regista che non sono pronta e che lui è un pezzo di merda, ma la luna e il sole non hanno pietà e se ne fregano se so la parte, se mi sento pronta, se il mio monologo verrà ascoltato da mille persone o da cento o dal tizio che passa la scopa dopo ogni spettacolo.

pt.3

E' una dolce condanna quella che mi fa affrettare il passo ad ogni angolo di strada, quando gioco con me stessa e con te che non lo sai, 
e facciamo che sarai lì, una volta che avrò girato l'angolo. 

Facciamo che chiudo gli occhi, conto fino a dieci, li riapro e tu sei qui.
Come un nascondino con delle regole che sappiamo solo noi.

Facciamo che spengo il telefono, così se non mi chiami non lo so.

L'illusione di trovare la tua mano dall'altra parte del tavolo ad ogni maledetto concerto e continuare a chiedermi se sia possibile incontrarsi dentro a una canzone, ché per strada non succede mai.

Che porca puttana, al mio tavolo, puntuale, capita lo stronzo che prende la birra che prendevi sempre tu e non sei tu. 
Non sei tu, sono io.

Ti cercherò sempre, ad ogni maledetto concerto, tra la folla in tempesta, ti cercherò per non cadere.

Mi cercavi per non farmi cadere.

È facile cadere, se non torni mai.

pt.2

Vorrei fartele vedere, le mie notti senza te. Vorrei farti vedere come mi sta questo vestito nuovo, come sono diventata brava a camminare sui tacchi. Raccontarti le serate, i concerti, i calici di vino. 
Vorrei farti annusare la candela che ho sul tavolo, il thè che ho comprato l'altro giorno.
Farti sentire come canto, come suono, come sto zitta. 
Dirti che ci sono, che sto bene, che ce la sto facendo, così magari finisce che ci credo sul serio pure io;

Roba vecchia che avevo postato altrove e riposto qua pt.1

Stamattina, mentre tamponavo i capelli ancora umidi dopo la doccia, ho aperto l'armadio alla ricerca di qualcosa da mettermi per andare a lavoro. Nulla di troppo impegnativo, fuori fa un caldo pazzesco e non ho intenzione di indossare nulla di più formale di una t-shirt. E' difficile orientarsi tra i miei vestiti, tutti neri. Afferro quella che mi sembra una maglietta a maniche corte. Una a caso. 
La srotolo.
Non la vedevo da anni.
Non ricordavo di averla ancora.
Mi racconto una bugia, fingo di non ricordarmi il momento in cui me la regalasti.
Quella volta che ero rimasta a casa tua per la notte e avevo bisogno di una t-shirt per dormire perché stare nuda mi mette a disagio. Mi passasti quella maglietta. 
La indossai e mi dicesti che ero bellissima, mentre ero in ginocchio sul tuo letto.
"Sta meglio a te che a me".
Decidesti di regalarmela e io decisi di dimenticarmene.
Oggi ho addosso la tua maglietta
e mi sento bellissima.

venerdì 11 gennaio 2019

L'estenuante tiritera del dating 2.0 tra ghosting, breadcrumbs e instastories

Uno degli episodi di Black Mirror che mi ha traumatizzata maggiormente è stato lo special di Natale.

In particolare (smettete di leggere qui se volete evitare spoiler), vengo pervasa da un rinnovato senso di ansia ogni volta che penso al finale in cui il protagonista viene lasciato a marcire per un weekend in un non-luogo in cui il tempo è estremamente dilatato (un minuto nel mondo "reale" può equivalere fino a mille anni nel non-luogo). Mi fa rabbrividire ogni volta la "leggerezza" con la quale, chi è nel mondo esterno, imposta il timer che regola la permanenza del protagonista all'interno del non-luogo, condannandolo a un'eternità di prigionia. Del resto, per lui, si tratta solo di un weekend.
(fine spoiler).

Ecco, è con la medesima rilassatezza che vivo l'attesa di un messaggio importante.
O di un messaggio in generale.
Soprattutto se si tratta di una risposta a un mio messaggio, che magari mi sono decisa a mandare dopo ore di tentennamenti.
Non parliamo di nulla di particolarmente compromettente, ma ho recentemente scoperto che anche un "come stai? stasera ti va di uscire?" hanno assunto un significato e un peso diecimila volte maggiore rispetto a quello effettivo. E mi immagino sola, prigioniera nel non-luogo fatto di attesa, mentre magari il destinatario del messaggio sta, boh, dormendo o leggendo o facendo la cacca.
Così come mi immagino dall'altra parte, quando magari ricevo un messaggio da parte di qualcuno che ha meno presa sul mio corazon e che non mi faccio problemi a far aspettare sette ore per rispondere a un banale "che fai?", noncurante del fatto che magari a 'sto poverino parte un colpo apoplettico ogni volta che sente squillare il telefono e che viene pervaso dallo sconforto e dalla delusione quando scopre che non sono io ad avergli scritto.

Due minuti suoi pesano come ore mie e niente, Netflix chiamami.

La verità è che, dopo un periodo piuttosto lungo durante il quale sono stata fuori dal mondo del flirt e delle frequentazioni più o meno occasionali, mi sono ritrovata ad avere a che fare con una serie di codici comportamentali che, fino a quel momento, mi erano totalmente ignoti.

Mi spiego meglio.

WhatsApp, no? Avete presente.
Croce e delizia.
Allora, tanto per cominciare, i fichi veri devono necessariamente oscurare l'ultimo accesso e non mostrare le spunte blu della conferma di lettura. Perché se non ti cago, non deve esserti subito chiaro, no. Devi avere il dubbio. Ti devi flagellare, pensando che forse non ho visto, che forse sto lavorando, che forse sono impegnata in un'importante manovra finanziaria che salverà il Paese dalla crisi. O che, peggio ancora, sto intrattenendomi con un'altra persona.

L'ambiguità è la chiave.
Devi far vedere che sei interessato ma non troppo, rispettare un preciso pattern di silenzi prolungati alternati a conversazioni brevi e sostanzialmente vuote, durante le quali è stra-vietato anche solo menzionare la situazione attualmente in corso tra te, brutta merda, e il povero cristo col quale ti stai interfacciando. Tutto quello che dici potrà essere usato contro di te.
Perché la sensazione che devi trasmettere, in questo gioco di potere tra decerebrati, è che non te ne sbatte una ceppa.
Ci sei o non ci sei, non mi cambia poi così tanto.
Ho cose da fare, ho altro per le mani, ho delle alternative.
Sei solo un moscerino che, per puro caso, si è spiaccicato sul parabrezza della mia vita (per dirlo alla Garfield).
Le cosiddette breadcrumbs, letteralmente "briciole di pane". Dare attenzioni estremamente dosate, quel tanto che basta ad alimentare le speranze, ma non abbastanza da trasformarle in certezze.

Lui ti risponde dopo venti minuti?
Allora tu devi rispondere dopo quaranta.
Ma perché?
Come perché? Vuoi sembrare disperata?
Certo che no!
E allora fallo aspettare!

E così passano i giorni, le settimane, i mesi.
Vi vedete, passate del tempo assieme, ridete, scherzate, magari finite a letto. Poi ognuno a casa sua e che nessuno menzioni quello che è successo, per carità!

Questa conversazione non è mai avvenuta.
Quale conversazione?
Esatto.

E poi, da capo il silenzio opprimente.
Hai fatto qualcosa di sbagliato? E chi lo sa.
Passerai le prossime ore - se sei più sfortunato, giorni - ad analizzare ogni dettaglio di quello che hai fatto/detto. Sei stato impertinente? Inopportuno? Cafone?
Eppure sembrava stesse andando così bene.
Vabbè dai, scrivo io.

EH NO! Non sei il cagnolino di nessuno, se ti vuole, ti cerca.

Chiaramente escludiamo a priori che, nel buio della sua cameretta, il nostro target si stia dedicando con passione al medesimo onanismo mentale.

E le storie su Instagram? Altra honorable mention di questo strazio, di questo stillicidio imbarazzante.
Diciamocelo, non hanno un cazzo di senso 'ste storie di merda.
Sono una robina inutile che si autodistrugge dopo 24ore dalla pubblicazione.
Però tutti le fanno, tutti ne sono ossessionati.
Perché?
Perché vedi chi le vede. Sono l'equivalente social di una raccomandata con ricevuta di ritorno.
E se ha visto la tua storia allora inequivocabilmente gli interessi, allora adesso sa che stai facendo questa cosa e che ti stai divertendo una cifra.
E quindi pubblichi foto di repertorio di serate in discoteca e calici di vino, affinché lui possa guardare e rosicare e sapere che stai passando una bella serata e che, se non fosse stato troppo orgoglioso per scriverti, avrebbe potuto esserci lui dall'altra parte del tavolo.
Che poi tu in realtà sia rimasta a casa a guardare documentari sui serial killer su Netflix, è un dettaglio che non è necessario divulgare se non nei gruppi terapeutici con le tue amiche, che verosimilmente stanno vivendo i medesimi tormenti con altrettanti imbecilli.

Vietato mettersi a nudo, vietato mostrarsi presi, vulnerabili, o anche solo interessati.
Pesare ogni parola, ogni emoji (attenti ai cuori: ok quelli colorati, quelli rossi sono vietati, troppo impegnativi), benedire almeno due volte al giorno, rivolti verso la megavilla di Zuckerberg, la funzione "elimina per tutti" di WhatsApp, che ci offre qualche minuto extra per ripensare alla menata da sottoni che abbiamo scritto e tornare sui nostri passi con un elegante "scusa, non era per te".

E così, i tempi si dilatano a dismisura e riconoscere una persona come si deve da un idiota qualsiasi - cosa che prima richiedeva pochi giorni - diventa un processo lunghissimo e ambiguo.

E ad ogni caso umano incontrato, ad ogni nuova delusione, corrisponderà un'ora di silenzio extra che faremo patire al prossimo sventurato.

Buon 2019, babiez.




domenica 21 ottobre 2018

Shish ok.

18.10.2002 A tutte le volte che ti ho presa in braccio, Al momento in cui ho chiesto ai miei genitori se fossi mia per davvero,
e a quello in cui ho capito che ero io ad essere già perdutamente tua e che lo sarei stata per sempre.
Alla prima volta che ho pianto per te, terrorizzata all'idea di non essere in grado di proteggerti, al primo viaggio in auto verso casa, con te ancora nella tua scatola di cartone che saltellavi e mi facevi paura.
A tutti gli omogeneizzati che ti sei spazzolata, ai dentini da latte che hai lasciato per casa (e a quelli che hai ingoiato).
Al trasportino che hai sapientemente rotto in punti strategici che ti permettessero la fuga, alle catene e ai guinzagli spezzati.
Alla prima volta che abbiamo sentito la tua voce, a tutte le volte che abbiamo provato a farti capire che non era necessario abbaiare per ore, per farci capire che questa o quella persona non ti andava a genio.
A tutte le figuracce che ci hai fatto fare mordendo quei poveri ingenui che volevano accarezzarti, a tutti i cani di grossa taglia coi quali puntualmente volevi litigare.
Alla bandana che ti mettevamo al collo e che portavi fiera quando faceva un po' più freddo.
Ai biscotti che mamma ti dava di nascosto.
A tutte le volte in cui hai provato a difenderci da pericoli inesistenti, a tutte le volte che sono uscita di casa accompagnata dal tuo abbaiare incessante.
Non sai che darei per sentirlo ancora.
A tutte le volte in cui sei salita sul mio letto, o sulla scrivania di Vito.
A quel gioco buffo che facevamo noi due e che hai avuto la forza di donarmi un'ultima volta poco prima di addormentarti per sempre.
Alle notti insonni passate sul divano, per controllare che stessi bene, e a quelle in cui venire a darti un bacio o una carezza ha dato un senso al mio vagare notturno.
A tutte quelle volte in cui sono tornata a casa e la prima cosa che ho cercato eri tu
e a tutte le volte che ancora lo faccio, sperando di trovarti sul divano, tra i cuscini.
Al tuo zampettare che mi faceva compagnia, ai tuoi sospirini, ai borbottii e al tuo modo sgraziato di mangiare.
Ai croccantini sparsi per casa.
A tutte le canzoni che ti ho cantato, a tutti i giocattoli che hai distrutto.
A tutte le volte che hai accolto il mio cuore spezzato con la pazienza di una sorella, di una figlia, di una madre.
A quel momento in cui ti ho giurato che non ti avrei mai abbandonata, e a quello in cui ho desiderato di non averti mai promesso una cosa del genere perché ero convinta di non avere la forza e il coraggio di restare con te che eri su quel tavolino freddo, mentre la medicina ti fermava il cuore per sempre.
Non immagini quanto, il pensiero di dover affrontare quel momento, mi abbia tormentata ogni giorno, da quando sei entrata nella mia vita.
A te che sei stata la mia prima amica del cuore, la mia confidente, l'amore della mia vita.
A te che sei stata desiderata per anni e che quando ti ho vista non eri come ti immaginavo, ma non avresti potuto essere diversa. Eri tu, eri mia, eri per me. A tutte le cose che sono state e resteranno sempre solo nostre. A te che sei stata e sarai per sempre l'insegnamento più grande che abbia ricevuto da questa vita.

domenica 19 agosto 2018

le cose che ho imparato facendo un puzzle

Qualche settimana fa, mi è venuto il piccio del puzzle.
O meglio, dei puzzle.
Ne volevo (voglio?) tanti, raffiguranti quadri famosi che mi piacciono. Li volevo (voglio?) appendere nel mio ufficio a imperitura memoria dell'impegno - all'epoca decisamente sottostimato - che ci avrei messo a comporli.
Del resto, pensavo, da piccola risolvevo i puzzle della Disney da 20 pezzi con una destrezza tale da far credere ai miei che fossi una bambina prodigio.
Le cose non possono essere cambiate poi così tanto.
Che sarà mai un puzzle con l'urlo di Munch da 1000 pezzi a 27 anni, rispetto a uno de La Bella e La Bestia da 20 pezzi, a 2 anni?

Povera scema.

Tuttavia, in queste notti insonni passate a bestemmiare questa scelta infelice, con particolare enfasi sul costo spropositato del suddetto puzzle (17 euro, na follia), sono riuscita a ricavare delle fondamentali lezioni di vita. Un po' perché mi piace trovare il senso in ogni cagata che faccio, un po' perché pensare a qualcosa mentre cerco di capire se sto attaccando un pezzo di vialetto nel mezzo del cielo mi ha salvata dalla pazzia.

Ho imparato, dunque, che fare un puzzle è un lavoro di concentrazione, intuito, culo.
Ho imparato che devo iniziare dalla cornice, per avere il quadro iniziale della situazione. Avere dei limiti, dei bordi, dei confini entro i quali costruire il mio disegno.
Ho imparato che, ogni tanto, qualcuno mi aiuterà a comporre un laghetto, o uno stagno, o la faccina del tipo che urla. E ho capito anche, che quel qualcuno in realtà non ha fatto che forzare dei pezzi che gli sembravano combaciare, scombinandomi tutto quanto.
Ho imparato a distruggere e ricomporre, con la consapevolezza, stavolta, che due pezzi che non stanno bene insieme non vanno forzati perché uno dei due potrebbe piegarsi e rovinarsi per sempre.
Non è facile trovare l'esatta sfumatura di colore che cerchi, mentre fai un puzzle. Centinaia di pezzi hanno colori simili tra loro, alcuni talmente tanto da confonderti e gettarti nella frustrazione più nera quando, dopo vari tentativi di incastro, devi gettare via il pezzo prescelto e cercarne un altro, in mezzo a 999 altri che sembrano tutti uguali.
Ho imparato che, ogni tanto, è giusto prendersi delle pause, anche lunghe, per evitare di commettere altri errori causati dallo sfinimento e dallo sconforto.

E soprattutto, ho imparato che il tutto a mille sotto casa mia non vende il picoglass della misura giusta per appendere 'sto cazzo di coso quando l'avrò finito.
Se mai lo finirò.

martedì 8 maggio 2018

a million dreams

non so dove siano finiti
forse tra le bollette da pagare,
tra le mail alle quali devo rispondere da settimane
tra gli amici che non sento più
tra le ore in ufficio perché meglio di così non si trova
tra tutte le cose belle che rimando a domani
ché oggi non c'ho tempo
ché oggi non c'ho voglia
che quando c'ho tempo o voglia, sono troppo stanca
ed è meglio dormire per recuperare le forze
ché domani si ricomincia

chissà che provavo, quando sognavo

giovedì 25 gennaio 2018

due centesimi (o un sacchetto biodegradabile, se preferite) sulla questione Labadessa

Non sono mai stata una grande fan di Labadessa. Tuttavia, gli riconosco l'enorme merito di aver creato uno stile unico, riconoscibile tra mille, utilizzando pochi elementi: una tavolozza di colori minimal, un pennuto con lo sguardo vacuo. Di Mattia, mi piace come disegna, mi piace lo stile, ma non mi dice nulla. Anzi, per un periodo l'ho trovato ripetitivo, noioso e banale. Uno che va bene a fare le frasi da condividere su tumblr, per intenderci.



Ho vissuto con grande perplessità la sua breve ascesa, ma all'epoca era tanto di moda fare i disagiati con l'ansia e gli uccelli rossi di Labadessa si prestavano perfettamente allo scopo.

Poi puff, sparito, come spesso accade coi fenomeni made in internet che sconfinano nel cartaceo, o nel cinematografico, o nel musicale. Insomma, quando li trovi alla Feltrinelli sai già che sono spacciati.

E così è stato, almeno fino a ieri.



Il fatto è semplice: a lui, alle 11 e passa di sera, viene in mente una stronzata.
La scrive, la pubblica.

La gente s'incazza. Le femministe s'indignano.
Cultura dello stupro
meme
articoli
EH MA PERCHE' NON SI SCUSA > lui si scusa > EH MA NON COSì

E, dall'altra parte, chi lo difende a spada tratta dicendo che chi lo critica non lo capisce perché è artista.

Io mi permetto di sopraelevarmi a un livello ancora più iperuranico sentenziando un poderoso: STICAZZI.

Allò, che Labadessa abbia detto una cagata, è fuori ogni discussione. Cioè, la cosa poteva andare bene fino a quando non ha specificato che, la fantomatica app per sveltine in metro, dovesse includere tra le sue features anche la funzione "addormenta ragazza". Obiettivamente, è quello che mette un po' a disagio e crea quell'effetto "stupro al cloroformio" che non piace.
D'altra parte, è anche vero che fare una battuta senza offendere nessuno, oggi, è diventato impossibile. Se poi metti a far battute uno che non ci è manco portato, allora si scatena il cataclisma.

E' da un po' che ho la sensazione che ci siano appositi squadroni di gente che sta lì a soppesare ogni parola in ogni sua sfumatura di significato per beccare la falla nel sistema e fare il putiferio. Giuro, pur gestendo un blog con un'utenza minima come questo qua, ho l'ansia ogni volta che devo parlare di un argomento un filino più "scomodo", siamai qualche fiocco di neve tutto speciale dovesse offendersi o darmi addosso per cose che loro sono convinti/e/x/y/k di aver letto tra le righe.

Però, di qui a dire che tutti quelli che si sono sentiti offesi sono na manica de stronzi che non capiscono che Mattia è un artista e l'arte va fuori dagli schemi, non conosce regole ecc ce ne passa. Cioè, raga, no.

Non stiamo parlando di Louis CK o di Bill Hicks.
Ci vuole classe, a fare black humor.
Così come ci vuole classe (e cultura) per distinguere una battuta riuscita da un'uscita infelice.
E la classe sta anche nell'ammettere che qualcuno ha sbagliato, senza aspettarlo sotto casa con torce e forconi.

Detto ciò, ma che cazzo di filmone è, La Bella Addormentata?




mercoledì 17 gennaio 2018

riflessione: le unghie di gel

Confesso: soffro di onicofagia.
Nel senso che mi mangio le unghie.

Lo faccio da quando ho memoria, è uno dei tanti comportamenti autolesionistici che assumo quando sono stressata, insieme alla tricotillomania e alla visione compulsiva di Troppo Belli.




E' che alle volte ho bisogno di farmi del male.
Se avessi le palle, me le prenderei a martellate, ma essendone sprovvista devo in qualche modo compensare.
Per un brevissimo periodo della mia vita, sono riuscita a non automutilarmi le unghie, ma la situazione è drasticamente peggiorata da un anno a questa parte, tanto da far somigliare le mie falangette ai gommini delle matite.
Facendo un lavoro per il quale ho bisogno di avere le mani in ordine (a nessuno piace essere mandato a fanculo da un dito medio sprovvisto di apposita unghia smaltata) e avendo ormai raggiunto l'indipendenza economica (non è vero, non l'ho raggiunta. Però posso levarmi qualche sfizio senza sentirmi particolarmente in colpa); qualche settimana fa ho deciso di ricorrere alle più moderne tecniche dell'estetica per installarmi delle protesi in plastica su quel che resta delle mie unghie.
Mi sono fatta fare la ricostruzione, in pratica.



Oltre ad aver perso l'orientamento su qualsiasi tipo di tastiera, ho anche acquisito la stessa scioltezza e manualità di Edward Mani Di Forbice alle prese col piatto di pisellini primavera findus.



Tuttavia, come spesso accade, queste situazioni apparentemente normali suscitano in me una serie di riflessioni e domande alle quali non riesco a trovare una risposta univoca.

Stando all'onicotecnica che ha realizzato il miracolo, quella che ho fatto è stata una "ricostruzione con colata di gel".

GEL.

E' questa la parola chiave.

Ora, io non so voi, ma per me il gel è na cosa morbida, gommosa, sploff sploff.
La gelatina è sploff; il gel per i capelli è sploff; la gelatina della simmenthal è sploff.

Mo, perché il gel per le unghie è duro come il cemento armato? Perché non è sploff??

E' una cosa che il mio cervello non riesce a processare, non me ne faccio una ragione.

Io ero tutta felice perché pensavo che tipo mi avrebbero installato queste unghie gommose, resistenti a ogni urto e anche utilissime come antistress portatili.
Invece no, c'ho gli artigli di Wolverine.
Non riesco manco più a suonare l'ukulele.

Però tiro dei vaffanculi raffinatissimi e perfettamente smaltati.

sabato 2 dicembre 2017

Sono stata alla conferenza anti-gender (?) di Povia


Ho bisogno di ripetermelo qualche volta per apprendere appieno cosa ho fatto. Per interiorizzare l’esperienza e accettarla, per perdonarmi e redimermi.
In tante, troppe, occasioni, mi sono ritrovata a osservarmi dall’alto e a chiedermi “cosa sto facendo della mia vita?”.
Un po’ per via di quel senso di vuoto esistenziale che pare essere la tara generazionale di noi millennialz, un po’ perché spesso e volentieri mi ritrovo in situazioni assurde nelle quali mi metto più o meno con le mie mani. La verità è che amo farmi trascinare dagli eventi. C’è chi direbbe che sono abulica, io preferisco pensare di essere solo molto curiosa e coraggiosa. La yes-girl del Libertà.
Ma basta parlare di me e cercare scuse per l’empio gesto, io ieri sera ero tra i seguaci di Povia e dell’Avv (?) Amato. Mimetizzata tra le loro fila di agguerriti pensionati e casalinghe, in compagnia del mio amico del cuore, che condivide con me una masochistica passione per il trash, ai limiti dell’autolesionismo.

Tra sagre di paese, musical sulla vita di Madre Teresa di Calcutta e recite di natale delle parrocchie di paese, abbiamo trovato delle valide alternative all’alcolismo e alla tossicodipendenza. Il trip te lo fai uguale. E, a questo scopo, cosa c’è di meglio di una conferenza sulla famigerata teoria gggender tenuta da un cantante finito nell’oblio e un sedicente avvocato sospeso dall’Ordine?
In effetti, tante cose.
Ma ieri ci mancavano idee, per cui…



Arriviamo in questa sala a Palo del Colle e subito vengo travolta da quel misto di indignazione/preoccupazione/odore di santità tipico di chi frequenta gli ambienti ecclesiastici e ha la mentalità aperta quanto un parrucchiere il lunedì mattina.
Signore ingioiellate e impellicciate, signori con giubbotti tattici del decathlon, ma anche pensionati eleganti e uomini distinti, casalinghe con l’abito buono, qualche giovane coppia esempio di rettitudine per noi tutti e insomma, tutti in fila per il paradiso.
Ci accomodiamo e iniziamo a sondare il terreno ascoltando le chiacchiere di chi ci circonda. Veniamo piacevolmente colpiti dai discorsi dei vecchietti dietro di noi:

quello là, hai capito chi è? il figlio di quel bastardo, del carabiniere! quello che ci ha arrestati per aver ricostituito il partito fascista! cudd bastard.”

Perfetto, il mood c’è.

Dopo un’attesa densa d’imbarazzo (ancora non avevamo deciso quale profilo adottare: mimetizzarci tra gli autoctoni o costituire un contraddittorio che, ovviamente, non era presente?); finalmente arriva il parroco responsabile di questa mini crociata contro i froci.
Arriva e già dopo i primi convenevoli sento una fitta al cuore quando il Don dice:

 “ci teniamo a precisare che questo è un incontro LAICO, non cattolico o cristiano. Tuttavia, noi tutti sappiamo che i valori laici, se puri, hanno radici cristiane. Pertanto, affidiamo questo incontro alla madonna”.

Iniziamo alla grandissima.
ora” prosegue il parroco “chi vuole, può alzarsi e recitare assieme a noi l’Ave Maria”.

VROOOM.

Tutti in piedi, tranne io e il mio amico.

Questi due non si sono alzati” sento sibilare i vecchi dietro di me.

Effettivamente, non siamo stati bravi strateghi.

Dopo l’ave maria, accolto da scrosci di clericabili applausi e da un occhio di bue che manco gli spettacoli soft porno a chicago, arriva Povia. Capello al vento, piedi nudi per meglio connettersi con la madre terra e il padre marmo e una sana abbronzatura da muratore dalla quale evinco che probabilmente non ha un cazzo da fare da mane a sera se non starsene al sole a comporre canzoncine sui bambini e l'innocenza, come una lucertola un po’ hippy con delle bizzarre priorità.

Arriva e introduce subito, con voce flautata e carica di pathos, l’illustre avvocato Amato che - cito - “sta spendendo la sua vita per aiutarci a capire l’idea del gender e preservare i bambini da ogni tipo di pericolo”.

L’atmosfera si fa più dark. Proiettato sul muro, una presentazione power point che comincia con una citazione di G. K. Chesterton la quale dice, in soldoni, che verrà un giorno nel quale dovremo batterci per affermare cose ovvie: “che due più due fa quattro”, con buona pace dei Radiohead.

L’ovvia conclusione dell’avvocato è che, oggi, questo scenario apocalittico è più reale che mai. “Ma non parleremo di GHEI e OMOSESSUALI” rassicura subito. Ah.

Attacca Povia, con la canzone-inno di questi incontri deliranti, intitolata “invertiamo la rotta”. Parte il coro ultrà delle nonnine che si sentono pienamente rappresentate da questo inno alla famiglia tradizionale.

La questione viene complicata all’inverosimile, tra dati e grafici senza fonte (“questo è di BBC! questo è CNN!” dice l’avv), ma sostanzialmente è: i poteri forti (qualunque cosa essi siano) vogliono creare individui deboli e insicuri, talmente insicuri da non sapere manco se sono uomini o donne, in modo da manovrarli a loro piacimento. Per fare cosa? Per creare una società consumistica e malleabile.

Cosa che, per quanto ne so, va avanti dagli anni 50 e non ha bisogno di dolorosi interventi chirurgici, percorsi psicologici che durano anni e bombardamenti ormonali.

Che poi, non mi è chiara una cosa: se questi poteri forti sono così potenti e forti da indurmi a pensare (secondo Povia & Amato) che potrei essere maschio nonostante io abbia la vagina (perché di disforia di genere non ha parlato nessuno, in capa a loro tutti i trans della storia sono stati “indotti” a pensare di essere nati nel corpo sbagliato, because reasons), per rendermi debole e insicura/o (?) e plagiare il mio cervello a tal punto da...farmi comprare schiuma da barba e cose maschie? cioè, non mi è chiaro.

Non fanno prima a plagiarmi tramite pubblicità e superofferte al Lidl, per farmi comprare di più? Devono creare orde di nuovi travoni per motivi di bilancio delle società che producono glitter e boa di piume? Davvero, non mi è chiaro.

Cioè, riescono a plagiarmi a tal punto da farmi cambiare sesso e non riescono a convincermi del fatto che ho bisogno delle gallette del mulino bianco?

Ci sono molte cose che non mi tornano in questo discorso. Ma sinceramente a un certo punto ho smesso di farmi domande.

Un altro punto fondamentale del piano malvagissimo dei poteri forti, è quello di far scomparire la razza ariana (che saremmo noi italiani, ndr) per sostituirla con gli immigrati. 

Il disegno, per l’avv., è chiarissimo: le nascite stanno diminuendo; ci sono molti vecchi che prima o poi tireranno le cuoia, e questa gente che muore (o non nasce proprio) viene sostituita “al centesimo” (cit.) dagli immigrati nei barconi.
Evidentemente, quelli in surplus vengono buttati in mare per questioni di bilancio.

Questa cosa, spiega l’avv, si chiama “replacement migration” e significa inequivocabilmente che i poteri forti vogliono l’italia invasa dai negri e che i pochi italiani rimasti diventino transessuali. Per comprare le famose macine mulino bianco che altrimenti lasceremmo sugli scaffali. 
Povia ogni tanto interviene interrompendo il flow da teleimbonitore di Amato, facendo battutine del tipo “eh, poi noi saremmo complottari, fascisti!” eheheh.

Povia, che cazzo ridi? Penso io. Ma taccio, ché dietro c’ho le camicie nere e sinceramente vorrei tornare sana a casa.


Segue storia “allucinante” del nipote di Amato che, durante una conversazione in famiglia, droppa la bomba: nel sussidiario che usano a scuola, c’è scritto che, oggi, è giusto permettere agli stranieri di inserirsi in ogni livello della società. Che per me significa, banalmente, stesse opportunità per tutti; per Amato significa che essere stranieri diventerà un modo per avere accesso a una “corsia preferenziale” e beccarsi tutti i migliori posti di lavoro che l’Italia offre. Della serie, se alla coop è rimasto un solo posto vacante da cassiere, questo spetta di diritto ad Abdul piuttosto che a Mario. Perché sì. I poteri forti.

Ma il piano malvagissimo dei poteri forti non è finito qui, eh! Questi invasati, questi pervertiti, vogliono minare la più antica e importante istituzione sociale! Il nucleo della società! La famiglia.
Sgomento generale.
Svenimenti, sussulti, tumulti. 
Come è possibile? La famiglia? Avviso subito nonna Annunziata, che si metta al riparo per carità! Nessuno pensa ai bambini??

Momento rap di Povia, con tanto di gesti yo-yo ghetto girl mothafucka.

Segue spezzone di Povia che vince Sanremo con la canzone del piccione e che, durante il discorso di ringraziamento, dice “voglio dedicare questa canzone ai miei genitori che stanno insieme da 50 anni e chiedere a mio papà di dare un bacio a mia mamma, ché sono tanti anni che non si baciano”. 
Povia nel video piange, Povia in 3D si compiace.

Amato parla della fondamentale importanza della famiglia e prende a esempio proprio la famiglia di Povia (ricordiamo che, a detta di Povia stesso, i genitori non si baciano da anni, cosa che non mi fa pensare a una situazione particolarmente rosea, quanto a un matrimonio che fonda su solide basi di abitudini consolidate e noia coniugale), con tanto di video di repertorio in cui mamma e papà Povia, in canottiera con macchia di sugo d’ordinanza, scherzano seduti al tavolo della cucina, dandosi vicendevolmente del comunista.

Povia canta la canzone del piccione e, proprio come gli Iron Maiden, inserisce PALO DEL COLLE nel testo. Poesia pura.

Dopo aver tubato, l’Avv. sentenzia: L’italia vuole eliminare la famiglia dal codice.
Che codice? Cosa dici??

Segue strano aneddoto sulla Russia bolscevica, colpevole di aver tentato di eliminare la famiglia. Che detto così, suona bizzarro. Successivamente, a detta dell’Avv, la Russia è stata flagellata da guerre, bambini orfani che girano per strada senza arte né parte (le hanno eliminate fisicamente, ’ste famiglie?) e carestie (“perché quando si va contro la natura, la natura si ribella!”). Ben ti sta, Russia!
Marcia indietro del governo russo: ora le famiglie numerose ricevono sovvenzioni. Scacco matto, comunisti!
Ma la Russia ha anche il triste primato di aver legalizzato l’aborto. Di nuovo, sgomento in sala.
E anche stavolta, apparentemente, qualche piaga d’Egitto è intervenuta a far tornare il governo sui suoi passi.

Foto di Stalin, Povia gli urla contro TRMON!

Foto delle figlie di Povia, Povia canta la canzone scritta per una di loro: “ti insegnerò a stirare, e ai tuoi 18 anni ti stirerai il vestito”.


Argomento unioni civili.
Clip di repertorio di unione civile (versi disgustati in sala), laser dell’Avv. puntato su una bambina, costretta ad assistere a tale indicibile scempio, che si vede sullo sfondo. 
Povia canta Luca era gay precisando che ha tanti amici gay che gli hanno suggerito di dire, a chi ascolta le sue convention, che il Luca della canzone è guarito grazie agli antibiotici ETEROX (diapositiva di suppostone gigante con su scritto “eterox” in comic sans). Risatone.

Non posso fare a meno di pensare a quanti, tra i clericabili in fila per il proprio posto nell’Alto dei Cieli, si facciano sodomizzare a pagamento la domenica, subito prima della santa messa.

Povia ci spiega che, misteriosamente, subito dopo il boom di Luca era gay, gli si sono chiuse tutte le porte. Ricorda ai presenti che la sua canzone è arrivata seconda a Sanremo solo perché la DeFilippi si è comprata i voti e ha fatto vincere Marco Carta, e che lui comunque ha portato a casa il premio Mogol

Segue triste storia di come si è dovuto vendere suddetto premio per rifarsi gli infissi di casa.

Ma una nuova minaccia si abbatte sugli astanti, raccontata dalla tonante voce di Amato: qualcuno di non meglio identificato vuole legalizzare l’incesto.

Povia chiama sua madre, col vivavoce.
“Mamma?”
“eh."
"senti, qui l’avvocato Amato dice che vogliono legalizzare l’incesto”
“eh?”
“vuol dire che io e te dobbiamo andare a letto insieme, possiamo fare sesso
“ma vafangùl!”
la folla è in delirio, risate, applausi, madonn.
ahahah ciao mamma, ti saluto io e altre 400 persone!

Saremmo stati un'ottantina, compresi i tecnici delle luci, i fonici, i giornalisti e i carabinieri che presidiavano l’incontro, allarmati dalle presunte minacce di morte giunte a Povia e Amato.

Canzone inspiegabilmente scartata a sanremo dal titolo “Era meglio Berlusconi”.
La gente ride di un riso amaro, pieno di rimpianti, ricordando i bei tempi della dominazione del Cavaliere.

Da qui in poi, parte il delirio sulla fecondazione assistita, con annesse storie di povere collegiali americane costrette e vendersi gli ovociti per pagarsi gli studi, fino ad arrivare a una foto di Vendola che tiene il suo bambino “comprato” - tuona Amato -, precisando che “mamma Niki” (perché?!) “non somiglia assolutamente a nessuna delle Madonne col bambino disegnate da Caravaggio”. Perché la maternità è donna e solo la donna guarda il suo bambino con amore, solo una mamma lo protegge dal mondo accogliendolo sui suoi seni. Un ricchione compra i figli per capriccio, come fossero chiuaua da tenere in borsetta.

Varie foto di genitori transgender FtM, i famosi “uomini incinti”. Ancora una volta, sgomento generale. E a me non è chiara una cosa: se nella precedente ora e mezza Amato non ha fatto che dire che finché tieni la vagina sei femmina e finché tieni il pene sei maschio, in che modo avere i baffi pur mantenendo vagina e utero funzionante può farti somigliare meno alla madonna di caravaggio? Tecnicamente, secondo Amato, quelle sono donne a tutti gli effetti. Pure i trans figliano per capriccio? Tutti figliano per capriccio tranne le coppie etero? I figli fatti con l’inganno? I figli fatti nel tentativo di salvare matrimoni ormai in pezzi?

Davvero, non mi soffermo a descrivere la casistica completa, né a fare un contraddittorio, perché a questo punto della conferenza ero morta dentro.

Sai quando vedi talmente tante cose che non vanno, talmente tanta illogicità tutta insieme che ti viene solo voglia di implodere? Quella sana voglia di conflitto nucleare, di annichilimento della specie, altro che i barconi pieni di immigrati che ci rimpiazzeranno entro il 2020.

Povia ci delizia con un altro brano inspiegabilmente scartato a Sanremo. Era l’edizione “coi nastrini arcobaleno” e lui, per andare controcorrente e “difendere l’innocenza dei bambini” propose di sostituire i nastrini arcobaleno con nastri bianchi. Puri, innocenti, come sti cazzo de bambini che Povia tira fuori in ogni canzone. 

I casi son due: o tenta in tutti i modi di replicare l’ingiustificato successo di quella cacata dei bambini che fanno oh, oppure ha avuto un’infanzia difficile tipo Michael Jackson e cerca di superare la cosa scrivendo ottocento canzoni tutte uguali sui bambini puri, innocenti, angeli, difendiamoli dai froci.

Seguono immagini di parate naziste, seguite da video del gay pride. "Perché, ormai è inutile negarlo, questa è la nuova dittatura!".

Dopo un attento ascolto, ho notato che essenzialmente l’intera discografia di Povia è composta da una ventina di parole, che lui rimesta a casaccio per creare frasi nuove.

Siamo alla fine di questa tragedia durata quasi TRE ore. Nessun dibattito, solo Amato che sclera e Povia che fa da menestrello.
Quando ormai pensavo di aver raschiato il fondo della depressione da un pezzo, Povia dice chiaramente che sono disperati. Nel senso di poveri.
 L’avv. non esercita più (mi domando il perché) e lui ha ricevuto proposte milionarie (GF vip, isola dei famosi) ma è troppo saldo sui suoi princìpi che ha rifiutato tutto per abbracciare a piene mani una vita fatta di stenti, ma sempre illuminato dalla luce di maria, con la consapevolezza che sta facendo il giusto. Vengono proiettate le foto della macchina di povia, costantemente vittima di sassate da parte degli haters, ma lui continua a testa alta a “invertire la rotta” perché sa, appunto, di essere nel giusto.


Noi, vi giuro, siamo disperati. Noi veniamo qui a rimborso spese e vi chiediamo di sostenerci affinché possiamo continuare la nostra opera di informazione. Lì fuori troverete il nostro banchetto con il mio album autoprodotto e il libro di Amato, autopubblicato, Potete averli entrambi per soli 20 euro, e portarvi a casa due opere fondamentali per la vostra crescita”.

Controllo se in tasca ho due spiccioli da dare a Povia perché mi ha fatto pena. Ma avevo solo due euro sane e ho preferito darle, più tardi, al parcheggiatore abusivo.

Unica nota positiva, la sala aveva un bel cesso. 
Bello, ma inadeguato al numero di stronzi presenti.