venerdì 16 ottobre 2015

Napolitan diary #3: centralinista, to pay the bills

Lo scenario tipico è la casa paterna.
Tre-tre e mezza del pomeriggio, orario pennica. Riposino. Siesta. Qualunque sia la parola con la quale indicate quella mezz'oretta fisiologica di nullafacenza e pantalone sbottonato tra il pranzo e il resto della giornata..
Squilla il telefono.
Tre suonerie diverse: quella del fisso e quelle dei due cordless che abbiamo da cinque-sei anni e le cui suonerie ci scocciamo di sincronizzare per partito preso e quindi una fa BIRIBIRIBIRIBIRI e l'altra una roba tristissima, tipo valzer dell'agonia che ti chiedi perché abbiano composto una suoneria simile per un cordless. Cioè, a che pro?
Dicevo, suona il telefono e al secondo squillo senti mio padre che fa l'appello di tutti i santi del calendario/divinità pagane/divinità mono e politeiste affiancandoli ora a parti anatomiche perlopiù situate in zona inguinale, ora ad animali da cortile. Sì perché è vero che abbiamo due cordless da anni, ma è anche vero che ancora dobbiamo evolverci a tal punto da portarceli appresso onde evitare di doverci appunto prendere lo sbattone di alzarci ogni volta che qualcuno chiama, soprattutto durante le ore devolute al quotidiano muschiare after lunch.
Call center.
Quella voce sempre uguale, quei nomi che ti vengono sbattuti in faccia e che dimentichi nel momento stesso in cui vengono pronunciati perché mentre loro a te dicono "Pronto buongiorno sono Marco di Vodafone" tu mentalmente lo hai già arrotato con l'Ape Car. 
Di solito, è subito dopo l'enunciazione della ditta di appartenenza che scatta la filippica di mio padre.

Urlata, comprensiva di minaccia di denuncia per stalking.

E niente, io i call center li odio. 
Ammetto di aver chiuso telefoni in faccia, di aver finto di essere la figlia minorenne o la domestica filippina. 

Poi, sono finita dall'altra parte e mai come in questo momento la metafora più azzeccata per descrivere la mia vita è quella del salmone che nuota controcorrente, risale le cascate e finisce negli all you can eat cinesi a 10 euro.

Hai presente quando sei in coda al supermercato e senti la vecchietta davanti a te (che ovviamente era dietro di te, ma ti ha chiesto di passare avanti in nome della sua senilità nonostante abbia due carrelli pieni di roba che ti chiedi se sarà lei o la busta di pane mulino bianco ad ammuffire per prima) parlare dei fantomatici laureati che affollano i call center, magari proprio mentre tua madre ti dice che il pezzo di carta è sempre meglio averlo? Beh, così è.

Il pezzo di carta è sempre meglio averlo, dovessero finire i kleenex per asciugarti le lacrime (e dovessi essere troppo povero per comprartene altri).

Capita, quando hai ventiquattro anni ed esperienze lavorative pressoché inesistenti (però hai il pezzo di carta, eh!), di avere urgenza di pagare l'affitto.  E loro, i call center, sono lì ad attenderti come quei pesci degli abissi che hanno la lucettina in testa per attirare le prede e dodici fila di denti aguzzi per smembrarle. 

Che saranno mai, tre ore al giorno?
Dopotutto devo solo star seduta, dire le solite cose e per il resto posso pensare ai fatti miei, no?

Illusa.
Sciocca.
Pazza.
Visionaria.
Ora, non voglio fare la parte di quella che si lagna del lavoro, perché alla fine in quell'ufficio mi ci trovo bene. Voglio dire, le pareti sono di un bel giallo canarino, i colleghi sono tutti simpatici e quando arriva l'aggigghio collettivo l'atmosfera si distende e i minuti sembrano passare molto più velocemente.
Il problema non è tanto il lavoro - alienante, certo, ma non sto spaccando sassi -, il problema è chi c'è dall'altra parte.

Davvero, io lo capisco che lavorate e che al 90% sto contribuendo alla deflagrazione delle vostre gonadi.
Io lo capisco che a nessuno piaccia fare contratti per telefono.
Io lo capisco che avete visto il servizio sulle truffe dei call center a Striscia la Notizia (giuro, almeno in settanta mi hanno dato della ladra a causa di quel servizio).
Capisco tutto quello che volete, avete ragione e io per prima chiamo a raccolta tutte le mie capacità zen per non rispondere male ai centralinisti.

Tuttavia, io non posso esimermi dall'invitare una commessa inacidita che mi risponde "STIAMO LAVORANDOOO NUN CE SCASSATE ER CAZZO"  a riflettere sul fatto che chiamare sconosciuti (effettuando, in media, oltre quattrocento telefonate al giorno) per tre ore di fila proponendo offerte e piani tariffari non rientra nei miei hobby e che, sorpresa sorpresa, anch'io sto lavorando.
Una tipica telefonata

Quando sei lì, in cuffia, con le palle degli occhi che vorrebbero rotolare giù dalle orbite e farsi un giro nei dintorni per vedere qualcosa di diverso da nomi, cognomi, numeri e indirizzi; la stizza di chi ti risponde al telefono la senti proprio e a volte ti ritrovi a sperare che risponda la segreteria telefonica così, giusto per ricordarti cosa sia il calore umano.

La telefonata tipo procede più o meno così:

"Pronto, buongiorno, sono Noemi e la sto contattando dagli uffici commerciali di Fastweb. È lei che si occupa delle utenze telefoniche?"
[percepisci il fastidio e l'odio dall'altra parte del telefono, condensati in un lungo sospiro che culmina in un]: "no, non c'è il titolare, torna a fine mese CCCCIAO." o altre varie scuse che analizzeremo più in là.

Oh, comunque, parentesi: quanti titolari in vacanza, in questi giorni? E tutte vacanze lunghe! "Torna a fine mese" "Torna il mese prossimo", addirittura alcuni "Non so quando rientra"! Poi dicono che c'è crisi.

Poi c'è chi non si prende nemmeno il fastidio di risponderti e ti chiude direttamente il telefono in faccia; 
quelli convinti che il pene gli aumenti di un discreto numero di centimetri ogni volta che fanno la voce grossa coi centralinisti; 
quelli che ci provano con le centraliniste; 
quelli che fanno le battute troppo simpatiche assai; 
quelli che imbastiscono scuse improbabili assemblando parole a caso ("siamo una tangenziale" "sono a un bilico e non posso parlare"); 
quelli che ti fanno richiamare ottocento volte per poi dirti che non sono interessati o che sono già nostri clienti; 
quelli che vanno su tutte le furie se gli chiedi la data di nascita (mi sono saltati ben due contratti, così. Davvero, non vi giudico se siete vecchi).

"Smettetela di chiudermi il telefono in faccia..."


La cosa frustrante (una delle tante, in effetti) è che sta gente non puoi mandarla a cagare.
Non puoi dire che le loro battute non fanno ridere un cazzo di nessuno, non puoi augurar loro che le loro figlie finiscano in un call center a sentirsi dire da anonimi porci "continua a parlare, mi sto segando" per quattro euro all'ora. L'unica cosa che puoi fare è salutare cortesemente, chiudere la chiamata e spuntare una delle caselle contenenti i possibili esiti di una telefonata andata KO:

- Non interessato
- Non risponde
- Già cliente Fw
- Cliente infostrada/vodafone/telecom/teletu
- Numero errato
- Occupato
- Fax
- Segreteria
- Richiama
- Richiamo personale
- Rifiuta ascolto

Il tasto "rifiuta ascolto" è l'unico modo che ho per segnalare questa gente, soprattutto da quando ho scoperto gli shortcuts sulla tastiera, che mi risparmiano lo sbattone di aprire ottomila menù a tendina. Da allora, ogni volta che premo il benedetto tasto 9 che seleziona in automatico l'opzione Rifiuta ascolto, rivivo l'ebbrezza che provavo quando a scuola scrivevo i nomi dei cattivi alla lavagna, in preda al delirio di onnipotenza. Quel Rifiuta ascolto ogni volta significa qualcosa di diverso, ogni volta indica un livello differente di maleducazione, menefreghismo e imbecillità.

Rivolgo un accorato appello agli sviluppatori di 2bevoip, il programma che utilizzo per effettuare le chiamate:
amici, compagni, fratelli. Io, Noemi D'Alessandro, umile centralinista, vi chiedo di aggiungere le seguenti opzioni tra le già numerose scelte per comunicare l'esito delle telefonate:
- Maleducato
- Cafone
- Chiude il telefono in faccia
- Mente 
- Sta palesemente copulando
- Titolare in vacanza
- Titolare morto (serio, muoiono come mosche. Fate qualcosa per 'sti titolari, per cortesia.)
- Tutti morti (non potete capire a quante stragi familiari ho assistito, impotente, durante questo mese)
- Non si sa quando torna (con richiamo automatico alla redazione di Chi L'ha Visto?)
- Marpione
- Ha detto che non gl'interessa l'offerta, ma l'ha fatto gentilmente e ha una voce sexy quindi lo perdono
- È in causa con Fastweb (sono così tanti che a volte mi assale il dubbio di lavorare per una qualche legione del Male)

Ah, e se poi aggiungete la possibilità di giocare a Snake/Pacman mentre si è in chiamata, siete dei cazzo di miti.

E ora mi rivolgo a voi, vittime delle mie offerte e dei miei piani tariffari:
Lo so che i call center sono fastidiosi. Lo so che vi interrompiamo mentre state lavorando, mentre siete al cesso, dormite, scopate, aspettate che il vostro ex vi chiami perché voi lo conoscete e sapete che non fa sul serio, non può lasciarvi così dopo tanti anni e presto si renderà conto di cosa sta perdendo per sempre. Io lo so questo. Però vi chiedo il piccolo sforzo di mettervi per un attimo nei nostri panni e di ricordarvi che dietro quelle voci impostate, dietro quei "sorrisi telefonici" (così si chiamano, in linguaggio tecnico) ci sono persone che fissano schermi con gli occhi sbarrati e sorrisi isterici. Ci sono persone che un domani andranno via da lì e che potrebbero essere sostituite
da voi stessi o dai vostri figli, amici, parenti, nipoti, criceti. 
Quindi, per favore, siate gentili. 
Illustrazione grafica del "sorriso telefonico"

Altrimenti vi reinserisco il vostro numero nel sistema e vi richiamo a oltranza, fino alla fine dei vostri miserabili giorni. Stronzi.



martedì 22 settembre 2015

Neapolitan diary #1: Storia di un'imballata che s'addà scetà

La prima volta in cui ho messo piede a Napoli, avevo diciotto anni. Era l’ultima gita scolastica, avevo  seri problemi a mettere l'eye-liner e pensavo che le magliette larghe e sformate di Decathlon mi conferissero un aspetto trasandato e quindi sexy. Fu per questo che un ragazzino del luogo, orecchino zirconato trafiggente il lobo e taglio da moicano, si sentì in dovere di farmi notare che non era esattamente così, passandomi affianco e urlando uno sprezzante “marò, quant si bbrutt”.
Da quel giorno, non ho mai più considerato le magliette doymos qualcosa di più dignitoso di un pigiama o di un outfit da supermercato sotto casa.


Una foto di quella precipua gita.
Giacca a vento da sciatore (Decathlon)

Perché Napoli è così, se deve insegnarti, lo fa con le bastonate. Non ci sono avvertimenti, segnali, nessuno che ti dice “senti guarda, questa cosa qui la stai sbagliando”. Non ci sono le mezze misure, o le cose le fai bene o “ti fanno una latrina” fino a quando non ti svegli.

Sin da piccola, ho desiderato vivere qui. Mio nonno, il papà di mia mamma, era napoletano. Io non l'ho mai conosciuto, ma la mamma mi ha sempre raccontato di lui, di quanto fosse solitario e taciturno, delle serate intere che passava chino sulla scrivania, illuminato da un'unica flebile lampadina, curvo sui suoi album di francobolli rari (che per lui erano la cosa più preziosa al mondo), e di come gli brillavano gli occhi quando parlava della sua città - Napoli -, mentre con la matita tracciava le linee essenziali delle strade del Vomero - dove giocava da bambino - usando il retro di vecchi scontrini. Avrebbe voluto tornare nella sua città con mia mamma, farle studiare lì architettura e ripercorrere quelle strade a lui così care, ma il destino ha voluto altro per lui, e mio nonno si è spento a Bari, desiderando fino alla fine di scorgere per l'ultima volta le vette del Vesuvio.

Sono cresciuta ascoltando le storie del nonno, filtrate dai ricordi e dalla voce di mia mamma, che pure Napoli non l'aveva mai vista. Ascoltavo rapita le storie di questa terra spettacolare, viva e colorata, in cui erano nati Totò, Eduardo, Sophia. La terra del caos meraviglioso, con quei vicoli caratteristici, i panni colorati appesi ai fili, le signore coi vestiti a fiori che fanno la spesa al mercato, gli scugnizzi per strada e Pulcinella e pizza e mandolino. 

Effettivamente, per certo numero di anni ho avuto una visione un tantino distorta e stereotipata di Napoli. Però, capitemi, io non l'avevo mai vista.
Napoli la capisci (più o meno) quando la vivi, quando ti ci perdi e ti ci trovi. E io, qui, mi sono persa innumerevoli volte, in innumerevoli modi.
Venire a vivere qui, cercare un lavoro, crearmi uno spazio in questo microcosmo è una continua sfida per me, che abito principalmente nella mia testa. Non è permesso distrarsi, non è permesso sbagliare. Non è permesso deludermi e deludere. Non è permesso continuare a esistere come puro spirito, qui devi essere carne viva e pulsante, anema e core.

E a chi mi chiede perché, tra i miliardi di posti e città del mondo, abbia scelto proprio Napoli, posso solo dire che, ogni volta che sono venuta qua, è sempre il core che ho seguito.



faccio la poser con gli attrezzi da lavoro giusto per far capire che sto facendo i lavori in casa, in realtà ho dei valletti autoctoni che mi aiutano e che ringrazio con tutto il mio cuore.

Neapolitan Diary #2: The CV struggle

Il mio Curriculum Vitae è il riassunto di quell'allegro psicodramma che è la mia esistanza. L'eterna lotta tra i miei ottomila interessi, che si scontrano con i miei effettivi talenti, che cozzano contro il più venale e impellente bisogno di cash.

Ogni volta che ho chiesto consigli su cosa scrivere sul CV e come scriverlo, mi è stato risposto "scrivi tutto, ESAGERA!" e quindi quella volta che ho truccato un'attrice decaduta e mentalmente labile per un servizio fotografico penoso con annessi flosci capezzoloni e pelo pubico svettante in bella vista ambientato in casa sua e che in capa a lei avrebbe dovuto riscattarla e prolungare il suo agonizzante canto del cigno di qualche mese (il tutto per la pazzesca cifra di venti euro), diventa "ho esercitato la professione di Make Up artist presso privati". Che fa molto più figo e professionale.

Così come quella volta in cui mi sono distrutta la schiena per sei ore consecutive in un noto negozio di cake design a Bari, tra dolcetti, muffin, biscottini e torte intofate di pasta di zucchero truccando grandi e piccini per Halloween e ricevendo solo la metà del compenso stabilito perché "o prendi questo o te ne vai a fanculo" diventa "ho partecipato come performer durante feste ed eventi organizzati da negozi ed associazioni". Che detto così quasi mi fa dimenticare l'enorme delusione provata quando, oltre alla paga ridotta, la proprietaria mi ha porto un anello gommoso a forma di occhio che s'illuminava, come regalo. Grazie, oh magnanima padrona.

Ma quindi, devo scriverci proprio tutto, nel CV? Oppure devo eseguire una scrematura delle mie esperienze, escludendo quelle meno "dignitose" e ponendo l'accento sulle altre? I feedback positivi di ebay valgono come referenze? E tutte le volte che ho sconfitto la Lega a Pokémon Zaffiro?



Ché poi, tralasciando il discorso per il quale ogni lavoro onesto è dignitoso, se devo proprio dirla tutta, ho ricevuto più gratificazioni quando ho lavoricchiato a nero. E' per questo che nel mio CV scriverò senza vergogna che ho fatto:


- Assistenza, incitamento e gratificazione durante l'espulsione scarti di digestione (sia di natura solida che liquida) del Canis lupus familiaris Linneaus appartenente al nucleo familiare risiedente nell'appartamento attiguo a quello della sottoscritta. Si noti che la prestazione comprendeva un subitaneo servizio ripristino dell'originaria lindezza del suolo pubblico.
(pisciavo il cane della signora di sopra e poi pulivo)

- Istituzione di specifico e apposito corteggio privato costituito esclusivamente da me stessa medesima al fine di scortare il primogenito della famiglia risiedente nel condominio adiacente a quello della sottoscritta durante l'insidioso tragitto congiungente la dimora del diligente puello all'edificio scolastico in cui il suddetto apprendeva le basi della nostra amatissima ed italica cultura. Sia premura del lettore esaminante il presente CV notare che era scrupolo della scrivente stimolare la mente del preadolescente con contenuti che suscitassero il suo vivo interesse, onde rendere piacevoli ed educative le tratte percorse, spaziando da argomenti di attualità a discussioni moventi sul piano dell'irrealtà ("moh, ci pensi tornano i dinosauri a Bari? Tu che fai se vedi un T-Rex?") sollecitando così l'immaginazione del fanciullo. Si noti, inoltre, che tal percorso (formativo, oltre che meramente stradale) si è perpetuato per un lasso di tempo durato quattro anni solari consecutivi.
(accompagnavo il figlio della vicina a scuola e ci dicevamo i fatti)

- Gestione contabilità e contatti col pubblico - privati e fornitori - presso studio di amministrazione beni immobili. Manutenzione computer e macchine fotocopiatrici. Aggiungasi che tal esperienza ha avuto un ruolo fondamentale all'interno della mia formazione, conferendomi un'innata capacità di problem solving in situazioni di estrema criticità.
(ho lavorato nello studio di mio padre e difendevo il portatile quando lo prendeva a cazzotti)

- Svolto servizio di tutoraggio educativo e supporto allo studio a beneficio di soggetto afflitto da Disturbi Specifici dell'Apprendimento.
(ho fatto doposcuola a un bambino dislessico)

Svolto servizio di tutoraggio educativo e supporto allo studio a beneficio di soggetto afflitto da -seppur non patologico- deficit mentale.
(ho fatto doposcuola a un bambino trimone)

- Segretaria, assistente, portaborse e personal shopper presso studio legale itinerante.
(facevo essenzialmente da badante a un avvocato incapace ed inetto alla vita che essenzialmente aveva il suo studio nella sua auto - tipo Lionel Hutz dei Simpson - e che mi ha licenziata perché non gliel'ho data e tutt'ora mi deve dei soldi. Se mi leggi, muori male.)




Bene. Aggiungo che sono diplomata al Liceo Classico e Laureata in Lettere e Filosofia et voilà, cessi di tutti i locali di Napoli e provincia, preparatevi ad essere lavati dalle mie colte mani!

martedì 21 luglio 2015

Hà sciut.

Dire che in questi ultimi due mesi non ho avuto né tempo né testa libera per sedermi al pc e scrivere due righe qua sopra è un eufemismo. Cioè, in realtà non credo sia proprio un eufemismo, ma un'altra figura retorica che non sono tenuta a sapere perché tanto mica sono laureat...AH NO.

Ebbene sì, dopo semestri di falsi allarmi;
dopo improbabili avventure in segreteria;
dopo camminate chilometriche sotto il sole cocente del Madonnella alle dodicimenoseiminutiprimi per andare a casa di quella cariatide del mio relatore e fargli firmare un cavolo di foglietto che lui non voleva firmare perché "tanto abbiamo tempo e in segreteria sono flessibili, sono trent'anni che faccio questo lavoro, vuole che non lo sappia?" e che ovviamente si è rivelato di vitale importanza a sei minuti dalla chiusura della sù citata segreteria prima del weekend durante l'ultimo giorno utile per la consegna di tal foglietto;
bici rubate e poi ritrovate;
improperi in qualsiasi lingua conosciuta/viva/morta/inventata;
gli ultimi due esami preparati nel giro di tre settimane con conseguente e catastrofico affossamento della media ponderata;
tesi scritta in tre giorni in una lingua molto simile all'italiano scrauso del leghista medio con annesso capitolo dedicato all'utilità dei Bat-Capezzoli che è passato inosservato dal momento che tra segreteria e relatore ti chiedono ottocento copie della tesi ma nessuno la legge
... e tante tante altre, Scippatò.

Dicevo, dopo tutto ciò e molto altro che non sto qui a dire perché NOPE NOPE NOPPITY NOPE, ha sciut.
È andata.
Ora posso fieramente scrivere con l'uniposca dorato sul citofono di casa mia DOTTORESSA.

Siccome i ringraziamenti non li ho scritti nella tesi, volevo scriverli qua sopra ma il post sarebbe diventato troppo personale e soprattutto più che ringraziamenti stavano diventando una serie di vaffanculi a lettere cubitali, che partono dal mio microcosmo altresì detto "cas'm" e arrivano all'universo tutto.
Quindi, siccome sono stati giorni (ormai quasi una settimana, in realtà) di festa (tipo principessina insomma) non voglio avvelenarmi ulteriormente il fegato. Ché già sacc come lo vedo...




sabato 30 maggio 2015

🇫🇷🇯🇵🇳🇱

Credo sia giunto il momento di accettare pacatamente il fatto che ogni mia lovestory debba portarmi all'inevitabile odio per una nazione e tutta la razzaccia sua 

giovedì 28 maggio 2015

L'adolescenza di internet + resoconto annuale in appendice

Sempre più spesso mi trovo a fare i conti con la maleducazione internettiana.
Il dover fare i cinici a tutti i costi perché fa molto bello e dannato mostrare di non avere un'anima, dipingersi come tanti moderni Baudelaire disillusi dalla vita e prendere di mira lo/a stronzo/a di turno per un motivo o per l'altro, farlo diventare virale una o due settimane e poi buttarlo nel dimenticatoio per sempre, lasciandolo solo coi suoi sensi di colpa a chiedersi perché quel giorno piuttosto che rilasciare interviste in cui si dichiarava manifestante anti-expo e pro-bordello non fosse a casa a giocare a GTA. Giusto per fare un esempio a caso.
A tal proposito, l'altro giorno riflettevo sull'analogia tra le fasi della vita umana e quelle di internet. Ché se ci pensate, saranno passati una quindicina d'anni da quando internet ha iniziato a entrare nelle italiche magioni. Ergo siamo in piena crisi adolescenziale.
Siamo passati dalle scritte in caps lock che accompagnavano immagini glitterate accludendo richieste di affetto e comprensione, dalla fase in cui eravamo più "ingenui" e "sinceri" a questo squallido teatrino a chi è più figo, a chi si costruisce meglio l'identità online. Le foto giuste, le canzoni giuste, i commenti sarcastici da ragazzino dei film americani che subito dopo il trasloco esce dall'auto con le cuffiette nelle orecchie, guarda la nuova casa con disprezzo e dice "wow, siamo in mezzo al nulla. Fico. Grande." e al papà/mamma che cercano di convincerlo con un bonario "vedrai che farai tanti nuovi amici a scuola" rispondono alzando il volume a palla e chiudendosi nella loro nuova stanza. Che al 90% è infestata dagli spettri, ma questa è un'altra storia.


Detto questo, dovrei fare il solito resoconto annuale del 26 maggio che mi sgomma tantissimo fare ma farò per coerenza è perché "è la tradizione"...

1. Che sto facendo della mia vita?
 NON LO SO

2. Sono felice?
Non ho tempo per esserlo

3. Sono sentimentalmente impegnata?



Non ho intenzione di dilungarmi oltre su this cazzata.

domenica 10 maggio 2015

Post pesantone, tantoppèr


Devo ricordarmi di non guardare mai più film horror e soprattutto di evitare le doppiette. Ieri ho visto The Conjuring, oggi Annabelle e ora sono avvolta in una crisalide di coperte decisamente troppo calde per una notte di (quasi) metà maggio. 

Non ho sonno e non posso tirar fuori la testa da qua perché so che se lo farò vedrò la faccia orribile di qualche strega/demone/bambola posseduta da Belzebù che mi sorriderà con gli occhi sbarrati e l'aria famelica. Quindi preferisco morire soffocata piuttosto che rischiare di essere uccisa/sbranata/addotta. 

Detto questo, dal momento che dormire non è roba di mo -come si dice qui a Bari- ho deciso di scrivere due cose a caso qua sopra, utilizzando solo i miei pollici opponibili (bel modo di screditare l'unica cosa che mi distingue dal resto della fauna, frutto di millenni di evoluzione) e lo schermo del mio ormai datato iPhone, dal momento che utilizzare il pc è fuori discussione, sempre per la storia dei demoni di prima. 
E niente, riflettevo su un po' di cose e come sempre pensavo alla banalità del tutto, all'inevitabilità del male e al fatto che se avessi la gobba chiamerei questo blog Zibaldone e scriverei eleganti versi colmi di frustrazione e di senso d'inadeguatezza mascherato da altezzosità.
Scrivere così è DAVVERO scomodo e in più l'app di blogger fa schifo e non mi fa scendere in automatico la pagina mentre scrivo. 
Volevo fare le mie tanto procrastinate considerazioni sulla vita e sull'amore, dal momento che ho cambiato idea su alcune cose e volevo quindi ricordare per sempre questo momento, in modo da andare a rileggermelo in un futuro -spero molto anteriore- e desiderare di tornare indietro nel tempo per prendere a testate il muro e scriverci col mio stesso sangue che sono la solita rincoglionita e che ben presto rimpiangerò i bei giorni felici in cui erigevo grandi muraglie emotive che viste dalla Luna formavano l'immagine di un dito medio che percorre l'himalaya. 
Ma ancora quel momento non è arrivato e ho fatto il fioretto di godermi questa cosa senza farmi troppe domande e paranoie, sebbene ciò vada totalmente contro la mia natura di pesantona.

Ho preso atto, in questi mesi, del fatto che non ho mai - e dico mai- avuto il controllo delle mie emozioni, sebbene ci sia stato un periodo in cui ero straconvinta di averne. In realtà, non avevo emozioni da controllare. C'ero io soltanto, in qualità di vacuo involucro nel quale qualcosa si era rotto e giuro che quando è successo, quando quella cosa -qualunque cosa fosse- è andata in frantumi, io l'ho sentita. Ho sentito un tonfo sordo e la voglia di urlare, di vomitare me stessa e quello che ero, di sdraiarmi su un foglio bianco e agitarmi per (de)scrivere quel vuoto che sentivo. Riempire un foglio bianco con del vuoto, senza dare forma alle parole, perché le parole non c'erano più, erano morte con me e con tutto quello che ero convinta di aver avuto. E a un tratto non sentivo più rabbia, né umiliazione, né tristezza. Ero impotente, avevo perso una battaglia impari col tempo e con lo spazio, e proprio tempo e spazio mi avrebbero aiutata a risalire. O almeno così dicevano.
Ci vuole tempo.
Un giorno capirai.
Un giorno ci riderai su.
È solo questione di tempo.
E per un periodo vergognosamente lungo, il tempo l'ho scandito coi singhiozzi isterici, poi con le lacrime silenziose, e infine coi battiti del mio cuore che risuonavano nel vuoto.
Sentivo il peso di ogni minuto, avevo il controllo totale del mio tempo. Sentivo l'avvicendarsi delle stagioni, percepivo ogni cambiamento - anche minimo - di temperatura, colori, odori, rumori e tutte le volte m'illudevo di cambiare un po' anch'io, di essere più forte. Mi ripetevo che ero diversa, che la prossima volta tutto sarebbe stato a mio vantaggio, che il fato avrebbe giocato dalla mia parte, che avrei esercitato il controllo sulle emozioni, mie e degli altri.
Sì, perché i rapporti sono illusori.
Non c'è amicizia, non c'è amore, non c'è famiglia.
Ci sono persone che ti sono utili, persone che non lo sono.
E tu puoi essere o non essere utile, essere o non essere e basta.
Te lo dicono tutti che sei bella, che ti vorranno bene per sempre e che comunque vada non ti dimenticheranno mai, e poi appena l'equilibrio si rompe si fa a gara a chi seppellisce prima l'altro nell'oblio, a chi grida più forte che si sta divertendo di più, che guadagna di più, che vive di più, che scopa di più.
E io ancora mi chiedo come sia possibile crederci sul serio alle promesse fatte in riva al mare, al chiaro di luna, o seduti sui marciapiedi. È sempre stato così, sempre sarà così.
Non ho il controllo di niente perché non ho niente da controllare.
Non c'è niente da controllare.

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Ps: giusto per stemperare questo alone di pesantezza, volevo comunicare ai miei lettori che l'altro giorno ho avuto la possibilità di far revocare la laurea a un mio ex ma non l'ho fatto. Ciò prova che sono magnanima.

Pps: Mimì, il mio cane, è immobile al centro della stanza e fissa un punto in cui apparentemente non c'è nulla.
Ciò prova che casa mia è infestata.