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giovedì 5 ottobre 2017

Elogio agli sfigati

Più passano gli anni, più mi rendo conto che le persone più brillanti che conosco, arrancano.
Fanno lavori di merda (spesso più di uno) per permettersi stanze di merda, in appartamenti di merda.
Campano di rinunce, di "stasera non esco ché non c'ho soldi"; di contratti a tempo determinato; di esami dati per inerzia.
Le persone più brillanti che conosco, ancora rincorrono i miti dell'infanzia.
Vanno alle fiere e si comprano i pupazzini di Sailor Moon e giocano a Pokémon sul nintendo.
Prendono calci in faccia dalla generazione di incapaci che li ha messi al mondo e che li ha scaraventati in questo tessuto socio-economico terrificante.
Gli stessi che condividono winnie pooh animati sui social e chiedono foto dei piedi in privato a ragazzine che potrebbero essere le loro figlie, o nipoti.

Sono curiosa di vedere come andrà a finire, cosa saremo capaci di fare.
Se dopo tutto questo arrancare ci resterà un po' di forza per continuare a seguire i sogni accantonati.
O se ci metteremo davanti al pc a guardare i cartoni animati in streaming, in memoria di quei giorni in cui dopo la scuola, dopo i compiti, ci piazzavamo davanti alla tv e tutto andava bene, per l'ultima volta.

martedì 29 novembre 2016

Sundays

Le domeniche più belle erano quelle in cui la luce del sole entrava di soppiatto dalla finestrella in alto, quella coi vetri rigati che non chiudevamo mai.

Aprivo gli occhi, mi guardavo intorno ed era tutto sospeso: le pareti bianche, i poster mezzi scoloriti (Radiohead, Dire Straits, Blues Brothers, e i Pink Floyd sulla porta), i sottobicchieri che procacciavo per te con un'assiduità che prima di allora avevo riservato solo alle figurine dei Pokémon, quando ero piccola.

I miei occhi vagavano per la stanza, avidi di ogni dettaglio, mossi dal timore di dimenticare come s'incrociavano i tubi sul soffitto, o quali fossero i punti in cui il pavimento in linoleum era lacerato.

Alla fine, quando ero ormai sazia di dettagli, mi voltavo a guardarti. Le ciglia chiuse, l'espressione distesa, i capelli arruffati. Ti osservavo dormire e tu percepivi il mio sguardo. Sorridevi, con gli occhi ancora nascosti dalle palpebre. Con le mani mi cercavi e mi trovavi, mi stringevi e sorridevi ancora, di più.

Mi stringevo a te, col mio orecchio sul tuo cuore. E pensavo che quel battito era solo per me, e che era splendido e terribile non poter abbracciare un suono. Non esiste un modo per portare con me quel battito. L'ho lasciato ai miei ricordi, alla mia testa che ne modifica ritmo e intensità a suo piacimento, come se non fosse stato importante, come se una cosa valesse l'altra.

Ci alzavamo, ci rivestivamo intervallando ogni gesto a un bacio, o un abbraccio, o una qualsiasi cosa che ci tenesse sospesi ancora per un po'. Non c'era fretta, non c'erano cose da fare. Sì, l'università, lo studio, la laurea, ma alla fine chissenefrega. C'eri tu, c'ero io. C'era la tua chitarra, la vecchia PlayStation e quel gioco che non abbiamo finito mai. C'era la musica che veniva dal piano di sopra. C'erano le bottiglie vuote, i vestiti sul pavimento, i posacenere, gli oggetti dimenticati. E noi che rendevamo romantico il disordine senza alcuno sforzo. Bastavano i nostri corpi a rendere splendide quelle lenzuola logore e strappate.

Alle volte, uscivi dalla stanza mentre io ancora combattevo con la voglia di rivestirmi. Tornavi e avevi in mano due tazzine di caffè.
Uscivamo, il profumo dei gelsomini mi mandava in estasi. Lo sai che è il mio profumo preferito, quello dei gelsomini? Lo sai, te lo dicevo ogni volta.
Percorrevamo il viale mano nella mano, con me che trotterellavo felice e guardavo il cielo e poi gli alberi, i gatti, le vecchine appollaiate sui balconi. E guardavo te, e ogni tanto ti sorprendevo a guardarmi e a sorridere.

Percorrevamo in auto la strada che separava le nostre case e io guardavo il mare e ti dicevo che, magari, la domenica successiva avremmo potuto fare una passeggiata là. Mi dicevi che sì, andava bene, e di domeniche ne sono passate davvero tante, ma quella passeggiata non l'abbiamo fatta mai.
Mi prendevi la mano ogni volta che cambiavi marcia. Mi baciavi ad ogni semaforo.

Mi lasciavi sotto casa e mi baciavi, e io baciavo te e ridendo ci chiedevamo se avremmo mai smesso di baciarci, se saresti mai riuscito a riaccompagnarmi a casa e a lasciarmi andare senza baciarmi mille volte, prima.


Non ci sei riuscito mai.

martedì 22 settembre 2015

Neapolitan diary #1: Storia di un'imballata che s'addà scetà

La prima volta in cui ho messo piede a Napoli, avevo diciotto anni. Era l’ultima gita scolastica, avevo  seri problemi a mettere l'eye-liner e pensavo che le magliette larghe e sformate di Decathlon mi conferissero un aspetto trasandato e quindi sexy. Fu per questo che un ragazzino del luogo, orecchino zirconato trafiggente il lobo e taglio da moicano, si sentì in dovere di farmi notare che non era esattamente così, passandomi affianco e urlando uno sprezzante “marò, quant si bbrutt”.
Da quel giorno, non ho mai più considerato le magliette doymos qualcosa di più dignitoso di un pigiama o di un outfit da supermercato sotto casa.


Una foto di quella precipua gita.
Giacca a vento da sciatore (Decathlon)

Perché Napoli è così, se deve insegnarti, lo fa con le bastonate. Non ci sono avvertimenti, segnali, nessuno che ti dice “senti guarda, questa cosa qui la stai sbagliando”. Non ci sono le mezze misure, o le cose le fai bene o “ti fanno una latrina” fino a quando non ti svegli.

Sin da piccola, ho desiderato vivere qui. Mio nonno, il papà di mia mamma, era napoletano. Io non l'ho mai conosciuto, ma la mamma mi ha sempre raccontato di lui, di quanto fosse solitario e taciturno, delle serate intere che passava chino sulla scrivania, illuminato da un'unica flebile lampadina, curvo sui suoi album di francobolli rari (che per lui erano la cosa più preziosa al mondo), e di come gli brillavano gli occhi quando parlava della sua città - Napoli -, mentre con la matita tracciava le linee essenziali delle strade del Vomero - dove giocava da bambino - usando il retro di vecchi scontrini. Avrebbe voluto tornare nella sua città con mia mamma, farle studiare lì architettura e ripercorrere quelle strade a lui così care, ma il destino ha voluto altro per lui, e mio nonno si è spento a Bari, desiderando fino alla fine di scorgere per l'ultima volta le vette del Vesuvio.

Sono cresciuta ascoltando le storie del nonno, filtrate dai ricordi e dalla voce di mia mamma, che pure Napoli non l'aveva mai vista. Ascoltavo rapita le storie di questa terra spettacolare, viva e colorata, in cui erano nati Totò, Eduardo, Sophia. La terra del caos meraviglioso, con quei vicoli caratteristici, i panni colorati appesi ai fili, le signore coi vestiti a fiori che fanno la spesa al mercato, gli scugnizzi per strada e Pulcinella e pizza e mandolino. 

Effettivamente, per certo numero di anni ho avuto una visione un tantino distorta e stereotipata di Napoli. Però, capitemi, io non l'avevo mai vista.
Napoli la capisci (più o meno) quando la vivi, quando ti ci perdi e ti ci trovi. E io, qui, mi sono persa innumerevoli volte, in innumerevoli modi.
Venire a vivere qui, cercare un lavoro, crearmi uno spazio in questo microcosmo è una continua sfida per me, che abito principalmente nella mia testa. Non è permesso distrarsi, non è permesso sbagliare. Non è permesso deludermi e deludere. Non è permesso continuare a esistere come puro spirito, qui devi essere carne viva e pulsante, anema e core.

E a chi mi chiede perché, tra i miliardi di posti e città del mondo, abbia scelto proprio Napoli, posso solo dire che, ogni volta che sono venuta qua, è sempre il core che ho seguito.



faccio la poser con gli attrezzi da lavoro giusto per far capire che sto facendo i lavori in casa, in realtà ho dei valletti autoctoni che mi aiutano e che ringrazio con tutto il mio cuore.