Le domeniche più belle erano quelle in cui la luce del sole entrava di soppiatto dalla finestrella in alto, quella coi vetri rigati che non chiudevamo mai.
Aprivo gli occhi, mi guardavo intorno ed era tutto sospeso: le pareti bianche, i poster mezzi scoloriti (Radiohead, Dire Straits, Blues Brothers, e i Pink Floyd sulla porta), i sottobicchieri che procacciavo per te con un'assiduità che prima di allora avevo riservato solo alle figurine dei Pokémon, quando ero piccola.
I miei occhi vagavano per la stanza, avidi di ogni dettaglio, mossi dal timore di dimenticare come s'incrociavano i tubi sul soffitto, o quali fossero i punti in cui il pavimento in linoleum era lacerato.
Alla fine, quando ero ormai sazia di dettagli, mi voltavo a guardarti. Le ciglia chiuse, l'espressione distesa, i capelli arruffati. Ti osservavo dormire e tu percepivi il mio sguardo. Sorridevi, con gli occhi ancora nascosti dalle palpebre. Con le mani mi cercavi e mi trovavi, mi stringevi e sorridevi ancora, di più.
Mi stringevo a te, col mio orecchio sul tuo cuore. E pensavo che quel battito era solo per me, e che era splendido e terribile non poter abbracciare un suono. Non esiste un modo per portare con me quel battito. L'ho lasciato ai miei ricordi, alla mia testa che ne modifica ritmo e intensità a suo piacimento, come se non fosse stato importante, come se una cosa valesse l'altra.
Ci alzavamo, ci rivestivamo intervallando ogni gesto a un bacio, o un abbraccio, o una qualsiasi cosa che ci tenesse sospesi ancora per un po'. Non c'era fretta, non c'erano cose da fare. Sì, l'università, lo studio, la laurea, ma alla fine chissenefrega. C'eri tu, c'ero io. C'era la tua chitarra, la vecchia PlayStation e quel gioco che non abbiamo finito mai. C'era la musica che veniva dal piano di sopra. C'erano le bottiglie vuote, i vestiti sul pavimento, i posacenere, gli oggetti dimenticati. E noi che rendevamo romantico il disordine senza alcuno sforzo. Bastavano i nostri corpi a rendere splendide quelle lenzuola logore e strappate.
Alle volte, uscivi dalla stanza mentre io ancora combattevo con la voglia di rivestirmi. Tornavi e avevi in mano due tazzine di caffè.
Uscivamo, il profumo dei gelsomini mi mandava in estasi. Lo sai che è il mio profumo preferito, quello dei gelsomini? Lo sai, te lo dicevo ogni volta.
Percorrevamo il viale mano nella mano, con me che trotterellavo felice e guardavo il cielo e poi gli alberi, i gatti, le vecchine appollaiate sui balconi. E guardavo te, e ogni tanto ti sorprendevo a guardarmi e a sorridere.
Percorrevamo in auto la strada che separava le nostre case e io guardavo il mare e ti dicevo che, magari, la domenica successiva avremmo potuto fare una passeggiata là. Mi dicevi che sì, andava bene, e di domeniche ne sono passate davvero tante, ma quella passeggiata non l'abbiamo fatta mai.
Mi prendevi la mano ogni volta che cambiavi marcia. Mi baciavi ad ogni semaforo.
Mi lasciavi sotto casa e mi baciavi, e io baciavo te e ridendo ci chiedevamo se avremmo mai smesso di baciarci, se saresti mai riuscito a riaccompagnarmi a casa e a lasciarmi andare senza baciarmi mille volte, prima.
Non ci sei riuscito mai.
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martedì 29 novembre 2016
domenica 10 maggio 2015
Post pesantone, tantoppèr
Devo ricordarmi di non guardare mai più film horror e soprattutto di evitare le doppiette. Ieri ho visto The Conjuring, oggi Annabelle e ora sono avvolta in una crisalide di coperte decisamente troppo calde per una notte di (quasi) metà maggio.
Non ho sonno e non posso tirar fuori la testa da qua perché so che se lo farò vedrò la faccia orribile di qualche strega/demone/bambola posseduta da Belzebù che mi sorriderà con gli occhi sbarrati e l'aria famelica. Quindi preferisco morire soffocata piuttosto che rischiare di essere uccisa/sbranata/addotta.
Detto questo, dal momento che dormire non è roba di mo -come si dice qui a Bari- ho deciso di scrivere due cose a caso qua sopra, utilizzando solo i miei pollici opponibili (bel modo di screditare l'unica cosa che mi distingue dal resto della fauna, frutto di millenni di evoluzione) e lo schermo del mio ormai datato iPhone, dal momento che utilizzare il pc è fuori discussione, sempre per la storia dei demoni di prima.
E niente, riflettevo su un po' di cose e come sempre pensavo alla banalità del tutto, all'inevitabilità del male e al fatto che se avessi la gobba chiamerei questo blog Zibaldone e scriverei eleganti versi colmi di frustrazione e di senso d'inadeguatezza mascherato da altezzosità.
Scrivere così è DAVVERO scomodo e in più l'app di blogger fa schifo e non mi fa scendere in automatico la pagina mentre scrivo.
Volevo fare le mie tanto procrastinate considerazioni sulla vita e sull'amore, dal momento che ho cambiato idea su alcune cose e volevo quindi ricordare per sempre questo momento, in modo da andare a rileggermelo in un futuro -spero molto anteriore- e desiderare di tornare indietro nel tempo per prendere a testate il muro e scriverci col mio stesso sangue che sono la solita rincoglionita e che ben presto rimpiangerò i bei giorni felici in cui erigevo grandi muraglie emotive che viste dalla Luna formavano l'immagine di un dito medio che percorre l'himalaya.
Ma ancora quel momento non è arrivato e ho fatto il fioretto di godermi questa cosa senza farmi troppe domande e paranoie, sebbene ciò vada totalmente contro la mia natura di pesantona.
Ho preso atto, in questi mesi, del fatto che non ho mai - e dico mai- avuto il controllo delle mie emozioni, sebbene ci sia stato un periodo in cui ero straconvinta di averne. In realtà, non avevo emozioni da controllare. C'ero io soltanto, in qualità di vacuo involucro nel quale qualcosa si era rotto e giuro che quando è successo, quando quella cosa -qualunque cosa fosse- è andata in frantumi, io l'ho sentita. Ho sentito un tonfo sordo e la voglia di urlare, di vomitare me stessa e quello che ero, di sdraiarmi su un foglio bianco e agitarmi per (de)scrivere quel vuoto che sentivo. Riempire un foglio bianco con del vuoto, senza dare forma alle parole, perché le parole non c'erano più, erano morte con me e con tutto quello che ero convinta di aver avuto. E a un tratto non sentivo più rabbia, né umiliazione, né tristezza. Ero impotente, avevo perso una battaglia impari col tempo e con lo spazio, e proprio tempo e spazio mi avrebbero aiutata a risalire. O almeno così dicevano.
Ci vuole tempo.
Un giorno capirai.
Un giorno ci riderai su.
È solo questione di tempo.
E per un periodo vergognosamente lungo, il tempo l'ho scandito coi singhiozzi isterici, poi con le lacrime silenziose, e infine coi battiti del mio cuore che risuonavano nel vuoto.
Sentivo il peso di ogni minuto, avevo il controllo totale del mio tempo. Sentivo l'avvicendarsi delle stagioni, percepivo ogni cambiamento - anche minimo - di temperatura, colori, odori, rumori e tutte le volte m'illudevo di cambiare un po' anch'io, di essere più forte. Mi ripetevo che ero diversa, che la prossima volta tutto sarebbe stato a mio vantaggio, che il fato avrebbe giocato dalla mia parte, che avrei esercitato il controllo sulle emozioni, mie e degli altri.
Sì, perché i rapporti sono illusori.
Non c'è amicizia, non c'è amore, non c'è famiglia.
Ci sono persone che ti sono utili, persone che non lo sono.
E tu puoi essere o non essere utile, essere o non essere e basta.
Te lo dicono tutti che sei bella, che ti vorranno bene per sempre e che comunque vada non ti dimenticheranno mai, e poi appena l'equilibrio si rompe si fa a gara a chi seppellisce prima l'altro nell'oblio, a chi grida più forte che si sta divertendo di più, che guadagna di più, che vive di più, che scopa di più.
E io ancora mi chiedo come sia possibile crederci sul serio alle promesse fatte in riva al mare, al chiaro di luna, o seduti sui marciapiedi. È sempre stato così, sempre sarà così.
Non ho il controllo di niente perché non ho niente da controllare.
Non c'è niente da controllare.
🌸🌸🌸🌸🌸🌸🌸🌸🌸🌸🌸🌸
Ps: giusto per stemperare questo alone di pesantezza, volevo comunicare ai miei lettori che l'altro giorno ho avuto la possibilità di far revocare la laurea a un mio ex ma non l'ho fatto. Ciò prova che sono magnanima.
Pps: Mimì, il mio cane, è immobile al centro della stanza e fissa un punto in cui apparentemente non c'è nulla.
Ciò prova che casa mia è infestata.
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sabato 4 ottobre 2014
Simpatico manuale illustrato sulle cose da evitare durante il corteggiamento telematico
Uno degli effetti collaterali più fastidiosi della debacle della socialità vis-à-vis è quella specie di rito iniziatico che tutti -attivamente o passivamente- devono prima o poi sperimentare: il corteggiamento telematico.
Non farò la nostalgica dicendo che erano belli i tempi in cui ci si incontrava, ci si scambiava il numero, si aspettava lo squillo, si rispondeva con un altro squillo e dopo il canonico "che fai?" si cazzava tutti i cento SMS dell'Infinity parlando essenzialmente di fuffa per poi vedersi, slinguazzare etc etc. NOPE.
Ora la situazione tipo è: incontri uno/a e chiedi "come ti chiami?" "Gianbembo" "Sì, ma di cognome? Cioè, come ti chiami su Facebook?".
C'è stato un periodo in cui sono stata fermamente convinta della tristezza della cosa, ma mi rendo conto che i tempi sono cambiati, che in fondo siamo tutti dei timidoni e che alla fine Facebook è lo strumento più utile per una prima scrematura. Perché è vero che quando sei single il mondo diventa il tuo buffet personale, ma è anche vero che nel buffet trovi i panzerotti surgelati, i tramezzini al tonno con la maionese del Lidl che immancabilmente uscirà da dove è entrata a fine serata e le tartine smangiucchiate e rimesse furtivamente nel vassoio. E per esperienza personale garantisco che non sempre la qualità del buffet dipende dal ristorante in cui è allestito. Nessun luogo è una garanzia, sappiatelo miei prodi.
Personalmente, uno dei miei hobby è viaggiare nel tempo attraverso le Timeline (solitamente non riesco ad andare oltre il 2009, per ovvie ragioni) e scovare foto improbabili, status imbarazzanti e condivisioni compulsive. Per farsi un'idea, diciamo. Certo, è anche vero che spesso l'opera di stalking convulso toglie un buon 80% al brivido della scoperta, ma è anche vero che se il tipo col quale sto inciuciando è fan di Ligabue io voglio saperlo subito e regolarmi di conseguenza. Inoltre, se durante la sfavillante epoca degli sms qualche "Ke" era giustificabile dal limite dei 160 caratteri, qui non ci sono scuse. Un "ke fai?" non è ammissibile, a meno che tu non abbia 13 anni e non ascolti Fedez.
E questo è il primo assioma. Controllare con chi si ha a che fare, sempre e comunque.
Ora, la fase più delicata. L'approccio. Contattare una persona appena conosciuta su un social network non è mai una cosa semplice e mi rendo conto che probabilmente in quanto donna la vita potrebbe essere leggermente più semplice per me, dal momento che solitamente per noi vaginomunite è sufficiente sedersi sulla sponda del fiume e aspettare che passi qualche bella trota.
Ecco dunque un breve vademecum con gli errori più comuni da evitare durante la delicatissima fase dell'approccio telematico.
WARNING: Ho utilizzato alcuni screenshot esemplificativi provenienti dalle conversazioni più recenti che ho intrattenuto con esemplari di maschio d vario genere. Ho opportunamente censurato i nomi e le foto profilo, ma qualora qualcuno di questi soggetti dovesse sentirsi offeso, basterà un cortese messaggio privato affinché io rimuova l'immagine incriminata. Detto ciò,
Dicks in my (in)box
Per qualche minuto ho riflettuto su quanto potesse essere opportuno e decoroso fare un collage con le foto degli ignoti falli che spesso e volentieri fanno capolino nella mia casella di posta. Ci avrei messo impegno disegnando su ogni fava un cappellino, degli occhialetti e magari un paio di baffoni da messicano, ma poi ho pensato che sarebbe stato uno sbattone eccessivo e che, per quanto camuffati, restano pur sempre cazzi e questo, si sa, è un blog di un certo rango.
Vorrei comunque cogliere l'occasione per consigliare ai maschi alpha che saltano i noiosi preamboli e passano subito al sodo di evitare di includere nelle fotografie oggetti o le vostre stesse mani che creano unità di misura e a meno che non siate Gianni Morandi...diciamo che non sempre date una bella immagine di voi, dai.
Paroloni, onorificenze e leccate di culo
Una delle cose che trovo più irritanti sono le sviolinate, i complimenti senza senso, i "ma che onore/sono onorato" tre secondi netti dopo che la tipa accetta la richiesta d'amicizia e l'uso smodato di un linguaggio ricercato e maccheronicamente aulico in un contesto decisamente poco adeguato a tal sfoggio d'erudizione. Capisco il voler fare colpo, ma no. Non sono la principessa sul pisello e non voglio essere trattata come tale. Evita i toni eccessivamente lusinghieri. Non sembri colto, sembri disperato.
Hai degli interessi interessanti
Sì, lo so.
E so anche che se a te piace passare i tuoi pomeriggi a fare decoupage e io lo trovo noioso, mai nella vita ti chiederò di parlarmene perché non me ne frega una cippa. Gradirei lo stesso trattamento, thanks. Perché farmi sprecare tempo prezioso facendomi parlare dei colori per facepainting della Snazaroo se nel frattempo la tua unica occupazione è contare i minuti per snocciolare un "quando ci vediamo per un caffè?" che sembri il più disinvolto e disinteressato possibile? I giochini, i falsi interessi in comune, la fintissima curiosità nei confronti di uno o più aspetti della vita dell'altro sono quanto di più sbagliato possa esistere e sicuramente, per quel che mi riguarda, la cosa che più mi fa imbestialire.
Qui aggiungo una sottocategoria: quelli che mi chiedono di essere dipinti. Ci tengo a precisare che quello che faccio non ha nulla di sensuale e che se v'immaginate una scena alla Titanic ("paint me like one of your french girls") siete decisamente fuori strada. Quando dipingo me stessa divento isterica, quando dipingo altra gente divento Belzebù. Se poi mi chiedi di dipingere la faccia di tua zia (e sì, è successo davvero), figlio santo davvero non ho commenti. Cioè ci sto pensando da un sacco a una cosa intelligente e acuta da dire su questa cosa, ma no. Cioè no.
Quanti anni hai?
Dai, non prendiamoci in giro. Sappiamo entrambi che ti sei spulciato il mio profilo. Non puoi farmi una domanda così banale. NEXT.
"Quando posso offrirti un caffè?" e tutte le sue varianti
Obiettivamente, è il modo più semplice di cavarsela (anche se ogni tanto mi piacerebbe sentirmi dire una cosa tipo "quando posso offrirti una mangiata colossale al tuo ristorante giapponese preferito?", ma ahimè l'uomo della mia vita, nonché padre dei miei figli deve ancora farsi vivo).
Per ora ho solo rimediato il più tirchio del mondo (che ha avuto l'ardire di propormi un bicchiere d'acqua) e un tizio giapponese che dopo avermi chiesto "l'impatto della seconda guerra mondiale" (?) mi ha proposto di andare a mangiare insieme, al mio arrivo in Giappone, in un ristorante italiano gestito dalla mafia (notoriamente garanzia di qualità) a Osaka. Che devo dire, grazie
Non farò la nostalgica dicendo che erano belli i tempi in cui ci si incontrava, ci si scambiava il numero, si aspettava lo squillo, si rispondeva con un altro squillo e dopo il canonico "che fai?" si cazzava tutti i cento SMS dell'Infinity parlando essenzialmente di fuffa per poi vedersi, slinguazzare etc etc. NOPE.
Ora la situazione tipo è: incontri uno/a e chiedi "come ti chiami?" "Gianbembo" "Sì, ma di cognome? Cioè, come ti chiami su Facebook?".
C'è stato un periodo in cui sono stata fermamente convinta della tristezza della cosa, ma mi rendo conto che i tempi sono cambiati, che in fondo siamo tutti dei timidoni e che alla fine Facebook è lo strumento più utile per una prima scrematura. Perché è vero che quando sei single il mondo diventa il tuo buffet personale, ma è anche vero che nel buffet trovi i panzerotti surgelati, i tramezzini al tonno con la maionese del Lidl che immancabilmente uscirà da dove è entrata a fine serata e le tartine smangiucchiate e rimesse furtivamente nel vassoio. E per esperienza personale garantisco che non sempre la qualità del buffet dipende dal ristorante in cui è allestito. Nessun luogo è una garanzia, sappiatelo miei prodi.
Personalmente, uno dei miei hobby è viaggiare nel tempo attraverso le Timeline (solitamente non riesco ad andare oltre il 2009, per ovvie ragioni) e scovare foto improbabili, status imbarazzanti e condivisioni compulsive. Per farsi un'idea, diciamo. Certo, è anche vero che spesso l'opera di stalking convulso toglie un buon 80% al brivido della scoperta, ma è anche vero che se il tipo col quale sto inciuciando è fan di Ligabue io voglio saperlo subito e regolarmi di conseguenza. Inoltre, se durante la sfavillante epoca degli sms qualche "Ke" era giustificabile dal limite dei 160 caratteri, qui non ci sono scuse. Un "ke fai?" non è ammissibile, a meno che tu non abbia 13 anni e non ascolti Fedez.
E questo è il primo assioma. Controllare con chi si ha a che fare, sempre e comunque.
Ora, la fase più delicata. L'approccio. Contattare una persona appena conosciuta su un social network non è mai una cosa semplice e mi rendo conto che probabilmente in quanto donna la vita potrebbe essere leggermente più semplice per me, dal momento che solitamente per noi vaginomunite è sufficiente sedersi sulla sponda del fiume e aspettare che passi qualche bella trota.
Ecco dunque un breve vademecum con gli errori più comuni da evitare durante la delicatissima fase dell'approccio telematico.
WARNING: Ho utilizzato alcuni screenshot esemplificativi provenienti dalle conversazioni più recenti che ho intrattenuto con esemplari di maschio d vario genere. Ho opportunamente censurato i nomi e le foto profilo, ma qualora qualcuno di questi soggetti dovesse sentirsi offeso, basterà un cortese messaggio privato affinché io rimuova l'immagine incriminata. Detto ciò,
LET'S START!
Dicks in my (in)box
Per qualche minuto ho riflettuto su quanto potesse essere opportuno e decoroso fare un collage con le foto degli ignoti falli che spesso e volentieri fanno capolino nella mia casella di posta. Ci avrei messo impegno disegnando su ogni fava un cappellino, degli occhialetti e magari un paio di baffoni da messicano, ma poi ho pensato che sarebbe stato uno sbattone eccessivo e che, per quanto camuffati, restano pur sempre cazzi e questo, si sa, è un blog di un certo rango.
Vorrei comunque cogliere l'occasione per consigliare ai maschi alpha che saltano i noiosi preamboli e passano subito al sodo di evitare di includere nelle fotografie oggetti o le vostre stesse mani che creano unità di misura e a meno che non siate Gianni Morandi...diciamo che non sempre date una bella immagine di voi, dai.
Paroloni, onorificenze e leccate di culo
Una delle cose che trovo più irritanti sono le sviolinate, i complimenti senza senso, i "ma che onore/sono onorato" tre secondi netti dopo che la tipa accetta la richiesta d'amicizia e l'uso smodato di un linguaggio ricercato e maccheronicamente aulico in un contesto decisamente poco adeguato a tal sfoggio d'erudizione. Capisco il voler fare colpo, ma no. Non sono la principessa sul pisello e non voglio essere trattata come tale. Evita i toni eccessivamente lusinghieri. Non sembri colto, sembri disperato.
Hai degli interessi interessanti
Sì, lo so.
E so anche che se a te piace passare i tuoi pomeriggi a fare decoupage e io lo trovo noioso, mai nella vita ti chiederò di parlarmene perché non me ne frega una cippa. Gradirei lo stesso trattamento, thanks. Perché farmi sprecare tempo prezioso facendomi parlare dei colori per facepainting della Snazaroo se nel frattempo la tua unica occupazione è contare i minuti per snocciolare un "quando ci vediamo per un caffè?" che sembri il più disinvolto e disinteressato possibile? I giochini, i falsi interessi in comune, la fintissima curiosità nei confronti di uno o più aspetti della vita dell'altro sono quanto di più sbagliato possa esistere e sicuramente, per quel che mi riguarda, la cosa che più mi fa imbestialire.
Quanti anni hai?
Dai, non prendiamoci in giro. Sappiamo entrambi che ti sei spulciato il mio profilo. Non puoi farmi una domanda così banale. NEXT.
"Quando posso offrirti un caffè?" e tutte le sue varianti
Obiettivamente, è il modo più semplice di cavarsela (anche se ogni tanto mi piacerebbe sentirmi dire una cosa tipo "quando posso offrirti una mangiata colossale al tuo ristorante giapponese preferito?", ma ahimè l'uomo della mia vita, nonché padre dei miei figli deve ancora farsi vivo).
Per ora ho solo rimediato il più tirchio del mondo (che ha avuto l'ardire di propormi un bicchiere d'acqua) e un tizio giapponese che dopo avermi chiesto "l'impatto della seconda guerra mondiale" (?) mi ha proposto di andare a mangiare insieme, al mio arrivo in Giappone, in un ristorante italiano gestito dalla mafia (notoriamente garanzia di qualità) a Osaka. Che devo dire, grazie
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