martedì 16 febbraio 2016

Il mio COMING OUT (astenersi persone dalla mentalità chiusa, PLS)

E’ difficile per me buttare giù queste righe. In una società in cui si predica la libertà di pensiero “fino a un certo punto”, finché non intacca le tradizioni e i costumi popolari, essere se stessi e andare in qualche modo contro corrente è un lusso che solo i più coraggiosi possono concedersi. E io di coraggio, non ne ho mai avuto tantissimo. Ammetto di aver sempre temuto il giudizio altrui, l’effetto “folla inferocita” accecata da un odio che accomuna dieci, cento, mille individui riuniti contro il nemico comune. Il diverso, l’emarginato.
Però, ho deciso, in questo clima di dibattito sull’argomento in cui ci si chiede se sia giusto o sbagliato, se la mia “scelta” sia eticamente corretta o addirittura nociva, se possa infangare e distruggere una routine consolidata da anni di “è sempre stato così, tu e quelli come te non potete pretendere di sovvertire le immutabili leggi dell’universo”; ho deciso di parlare.

Nonostante io tenda ad evitare l’argomento in pubblico, sempre più spesso mi vengono poste domande a riguardo. Inizialmente le glissavo, sorridevo timidamente e minimizzavo il tutto, dicendo che magari è solo una fase e voglio solo provare una cosa nuova ma che prima o poi tornerò “normale”.

Cosa è normale, poi?

In molti hanno capito. Mi dicono che si vede da come mi comporto quando sono con gli altri, durante una pizzata tra amici o un’uscita al pub. 
Si vede che sei diversa.

E sì, per alcuni versi, lo sono. In questi anni, dal momento in cui ho preso consapevolezza della cosa, ho conosciuto tanta gente come me. Mi fa sentire meno sola. Gente che come me ha paura di esporsi, di dire la propria. Gente che viene continuamente attaccata e derisa. Perché quelli come noi vengono perculati da chiunque. C’è chi ci dice che siamo estremisti (e sì, ammetto che alcuni di noi, in alcune manifestazioni, possono sembrare esagerati. Ma come dar torto a gente che fa parte di una comunità continuamente vessata e che vuole mandare un messaggio forte? Come fai a contenere la rabbia che ti ribolle nelle vene assieme al sangue, quando provi a urlare per quelli le cui grida non possono essere ascoltate?), c’è chi non prende sul serio la nostra causa e ci sbatte in faccia il suo amore per “altro”, come se facendolo ci recassero un danno o ci facessero un dispetto.
A ognuno il suo, dico io. Ognuno faccia quel cavolo che vuole senza ostacolare gli altri, ma che tutto sia fatto in maniera consapevole. E’ inutile pararsi gli occhi dietro cinismo esasperato, dietro le usanze, le tradizioni o come diavolo le volete chiamare voi.

I miei amici più cari e la mia famiglia sanno questa cosa, questo fardello che mi porto appresso già da un po’. Ammetto che non è stato facile, all’inizio.
Le prime "avvisaglie" le diedi verso i quattordici, quindici anni. Ricordo che mia madre non prese affatto bene la cosa. Finii con l’ammettere che era solo una fase adolescenziale e che la normalità era altro. Eppure questa normalità non la sentivo mia e quel pensiero ritornava, ciclicamente, come una canzone della quale non riesci a sbarazzarti. E sentivo che c’era qualcosa di sbagliato in quello che facevo, qualcosa che mi sforzavo di fare perché agli altri andavo bene così, perché diversamente sarebbe stato ridicolo.

Ma oggi, senza un apparente motivo se non un grande atto di coraggio, voglio urlare al mondo la mia diversità, senza paura di essere giudicata. E voglio farlo non solo per me, ma anche per tutti quelli che come me vengono presi in giro, isolati, vessati e provocati continuamente da gente chiusa, ignorante, bigotta.



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SONO VEGANA.

Ecco, l’ho detto. Linciatemi.

giovedì 10 dicembre 2015

Fifty shades of Groupie


Oggi mi ha presa male. Sto passando la serata sola a casa e non trovo consolazione nemmeno nella playlist di Spotify “SADDEST COUNTRY MUSIC SONGS EVER!” che di solito mi tira su di morale. Non perché ami il conutry, né perché le canzoni mi mettano di buon umore (o non farebbero parte della playlist “SADDEST country music songsblabla”). È che creano atmosfera, capì? Questi che si sbronzano di whiskey e si dimenticano il cavallo fuori…


Dicevo, oggi mi ha presa male e quindi la cosa più razionale e adulta da fare è trovare un capro espiatorio e svomitazzarci bile sopra, just for fun.
Chi mi conosce, sa che l’unica categoria umana che ritengo più opinabile delle sbarbine che si sentono guru del BDSM solo perché a letto si fanno sculacciare e prendere a cinghiate in pieno delirio da post-50 Sfumature di Grigio è lo scellerato macrogruppo delle fangirl.



Inoltre, chi mi conosce e mi legge (ovvero Kekko e Niki, che avevo promesso di salutare in mondovisione e quindi CIAO NIKI!) sa che sono solita fare pubblica ammenda prima di scagliarmi contro una categoria subumana, rivelando anticipatamente il plot twist che mi vede(va, nella maggior parte dei casi) parte integrante della categoria prescelta. Tutto ciò per la mia famosa tendenza a prendere le distanze da me stessa, sintomo di grande crescita intellettuale nonché di schizofrenia.

Ammetto, sono stata fan dei Green Day.


Lo sono stata visceralmente.
Portavo la cravattina rossa, mi mettevo l’eyeliner male, catene attaccate ai jeans, chitarra foderata di adesivi e adibita per un numero considerevole di anni alla sola esecuzione della variegatissima discografia della band (quindi, essenzialmente, due accordi), mosaici di poster intersecati tra loro, libri, dvd, biografie non ufficiali con notizie spesso contrastanti (DOV’È LA VERITÀ??), testi imparati a memoria, cd originali tenuti come reliquie e deliri adolescenziali simili.
Sì vabbè, ma avevo tredici anni e niente internet.

Che poi a ventuno anni suonati sia andata sola soletta all’avventura a un concerto dei Green Day giusto per fare un regalo alla mia versione più giovane e punk (non vedendoci, tra l’altro, un cavolo perché sono bassa e quindi per quel che so io possono pure aver fatto partire un cd con un live a caso registrato e aver mosso delle marionette sul palco perché davvero non ho visto NULLA di quel concerto), è un’altra storia.
In ogni caso, non ho mai raggiunto livelli di delirio ossessivo. Non sapevo i compleanni dei membri dei Green Day, né il numero di scarpe, né i nomi di eventuali mogli/figli/nipoti/cani/gatti/pesci rossi, né preferenze in fatto di cibo o altro.
Io amavo la musica dei Green Day, amavo il loro look, amavo la loro grinta e da grande volevo essere una specie di Billie Joe femmina, cazzuta e divertente, in grado di sfornare album su album usando solo due accordi.
Questa fase mi è durata tipo un paio d’anni o giù di lì. Poi io sono cresciuta, i Green Day si sono venduti pure i bulbi piliferi e i poster sono passati dal mio muro al bidone dell’indifferenziata.


Certo è che, nonostante abbia dimenticato come si tiene in mano la chitarra, così come ho scordato tutti i profondissimi testi dei Green Day, una cosa in me è rimasta invariata: il modo perverso in cui subisco il fascino del musicista. E anche qui, occorre una precisazione: non me li vado a cercare col lanternino. Nella quasi totalità dei casi, è stato il Fato a far sì che sulla mia strada si parassero prevalentemente individui in grado di suonare un qualche strumento. Lasciate che i musicisti vengano a me, diceva qualcuno.



Bene, chiusa la parentesi del mea culpa, torno al mio capro espiatorio della giornata.

Quando sei sola a casa e hai presumibilmente l’influenza, l’unica cosa ragionevole da fare è leggere le fanfiction sugli One Direction e quelle (ormai sempre più rare) su Justin Bieber, riflettendo su quanto scellerata sia questa generazione di fangirls (perché, diciamocelo, queste stronzate sono al 90% opera di ragazzine. Perché noi femmine siamo così dolcemente complicate che persino il sacro rituale onanistico necessita di preliminari e quindi non possiamo semplicemente sgrillettarci su una foto di Harry Styles, NO! Dobbiamo prima scrivere un racconto di 120 pagine su una ragazza timida e impacciata incredibilmente ma casualmente del tutto simile a noi stesse medesime che farà innamorare il cantante, che sebbene abbia schiere di condotti vaginali a disposizione sceglierà la nostra protagonista perché lei è l’unica in grado di cambiarlo nonché l’unica a tirarsela perché sebbene sia fragile come una canna di bambù agitata dal vento, lei è una giovane donna forte e indipendente che, inconsapevole della sua bellezza celata da un paio di occhiali a fondo di bottiglia e maglioni oversize, ha un carisma della madonna incoroneta).

Twilight, il capostipite di questa tragica progenie di porcherie


Crescendo, questa tipologia di personaggio straconvinto di avere il vagina power, degenera in groupie, devolvendo la stessa esistenza dei suoi singoli atomi al sostegno smodato di band locali (e spesso sfigate) che seguiranno ossessivamente tra sagre della focaccia e raduni degli amanti del fungo cardoncello, facendo la spola tra palchi e camerini, perché la musica è la loro vita, e il Fallo il loro unico dio. E se poi il fallo appartiene a uno che tiene in mano uno strumento X su un palco, non c’è tanga che tenga. Poco importa se si tratti di un vero palco o di una superficie sopraelevata ricavata da vecchi libri impilati, cassette della frutta o fogli di compensato. È nei boxer di un musicista? Allora va bene.


Siccome il mondo è bello perché è vario e io amo le liste, ecco elencate alcune delle più diffuse tipologie di groupies:

1) Il modello Belieber:
I musicisti sono creature mitologiche infallibili e perfette. Poco importa se hanno stirato 3-4 vecchiette durante il loro primo giro in Ferrari o se producono musica mediocre. La groupie modello Belieber difenderà a spada tratta i suoi beniamini, a prescindere da nefandezze varie ed evasioni fiscali. Di solito, questo tipo di fangirl è molto giovane, caratterizzata da un fervido attivismo da tastiera che la porta a sacrificare la sua giovane età curva su d un MacBook Pro (cit) e che solo in rare occasioni è possibile osservare dal vivo. 



2) Il modello Table Whore:
Normalmente legate da un filo invisibile che le costringe a orbitare a 2-3 metri dalla rockstar paesana di turno, agghindate e imbellettate oltremodo (del resto bisogna pure capirle, i concerti sono le uniche occasioni di vita mondana che hanno), gravitano sculettanti e ammiccanti nei pressi dei tavoli VIPs, sperando in qualche modo di entrare nelle grazie di chi li occupa e scroccare un bicchiere di prosecco corretto con l'antigelo che da solo vale la metà dell'irrisorio budget dell'intera band. Oh, ma vuoi mettere la soddisfazione di bere dallo stesso bicchiere del bassista della cover band dei Ricchi&Poveri?



3) Il modello Dark:
Di solito, è la tipologia più selettiva: niente capelli lunghi lisci e corvini? Niente piercing? Niente tatuaggi? E allora niente groupie darkettona. Questo modello è caratterizzato da un atteggiamento più aggressivo (talvolta senza un reale motivo), ostentatamente malinconico e cinico, che però nasconde un cuore di panna che emerge in tutta la sua sensibilità e scioglievolezza quando partono i Blink-182.



E niente, siete tanto carine e mi fate molta tenerezza. :)

domenica 1 novembre 2015

Neapolitan diary #4: il ragazzo con il tumore al cervello

[Vi avviso, è un post diverso da quelli che siete abituati a leggere qua sopra. Non lo condividerò su Facebook, resterà qui e se qualcuno lo leggerà, bene.]

Ieri sera, Halloween, dove coi morti e con la morte si gioca e si scherza, ero al locale in cui lavoro. 

Me ne stavo appena fuori dalla porta, con un tavolino traballante e tutte le mie cose per truccare i clienti da mostri, zombie e quella roba spaventosa che tanto mi piace e che tanto ha influenzato la mia vita.
Ieri sera, Halloween, su una sedia accanto al mio tavolino c’era un ragazzo che aspettava il suo turno per essere truccato da me.
Ieri sera, Halloween, una ragazza vestita da Morte, ha sollevato la falce in aria, si è avvicinata al ragazzo sulla sedia e, toccandolo con la punta della lama giocattolo, gli ha detto “presto sarai morto”.
Ieri sera, Halloween, dove coi morti e la morte si gioca e si scherza, la ragazza vestita da Morte non sapeva che, quel ragazzo, presto morirà sul serio, ucciso da un tumore al cervello che ha scoperto di avere non più di tre settimane fa e che, dicono i medici, non gli lascerà più di due mesi di vita.

Ho sgranato gli occhi in un misto di imbarazzo, tristezza e senso d’impotenza davanti a quello scherzo così inconsapevolmente crudele. Istintivamente, con lo sguardo ho cercato il ragazzo sulla sedia, come se volessi chiedergli scusa da parte di quell’ignara ragazza. Lo guardo e ha un sorriso amaro, indossato in risposta al gioco, allo scherzo. Si gira verso di me, si accorge che lo stavo guardando e scoppia in una risata isterica: “l’ha detto a me! L’ha detto proprio a me!” e ride tantissimo, dimenandosi sulla sedia immobile.
Sento le vene dei polsi gelarsi.

Questo ragazzo lo conosco appena, è un caro amico di una ragazza che lavora con me. Una ragazza che è una forza della natura e che nel giro di tre settimane è diventata una di quelle poche persone nel mondo che posso dire con sicurezza di volere nella mia vita per sempre, qualunque cosa accada.
Nemmeno lei sapeva, nessuno sapeva. Io ho conosciuto questo ragazzo e venti minuti dopo ho saputo che sta morendo, mentre cercavo goffamente di consolare la mia amica, che è piccola ed esile come un filo d’erba e sopporta le bufere come l’albero maestro di una nave di pirati.
Le ginocchia piegate da quel peso troppo grave da sostenere, lei piangeva e non sapevo cosa inventarmi per rispondere ai suoi “perché?” urlati dal pavimento del cesso del locale.
Perché non c’è una risposta, non c’è un motivo per il quale un ragazzo di ventisette anni debba morire per un cazzo di tumore al cervello. Non c’è motivo, né c’è soluzione quando il tuo corpo si rivolta contro di te e decide di attaccarti nell’unico posto che dovrebbe essere solo tuo, la tua testa. 

Non ti conosco, non so chi cavolo sei, non so cosa hai fatto della tua vita durante questi ventisette anni. So solo come ti chiami, so che sei amico della mia amica e so che tra due mesi non ci sarai più.

Ieri sera, Halloween, dove con la morte si gioca e si scherza, arriva il turno del ragazzo che con la morte ci sta danzando, lasciandosi condurre senza opporre resistenza, perché i danzatori sorridono sul palco, anche quando si slogano le caviglie.
Mi chiede quanto voglio per truccarlo, e io gli dico nulla, non c’è bisogno, mi paga il locale. Lui insiste, vuole darmi cinque euro, poi venti, poi cinquanta, “tanto io che me ne devo fare?”. Giustamente. 
Alla fine mi lascia cinque euro e mi dice “fammi Joker”.
Pulisco i pennelli, preparo il materiale e inizio a truccarlo. Lo trucco e ogni volta che gli giro la testa per disegnargli sul viso, mi sembra di maneggiare una bomba a orologeria. Chissà dov’è il tumore. Chissà quanto è grande. Chissà se gli fa male.
Lo trucco e mi sento una ladra a rubargli quei minuti preziosi. Lo trucco e maledico il colore bianco che si stende male e lo devo ripassare ottomila volte perché in questi ultimi giorni di vita questo ragazzo vuole essere Joker e, cazzo, io lo devo truccare bene. Voglio che sia felice e che per qualche ora si dimentichi di essere il ragazzo col tumore al cervello e sia solo Joker. 
E pensavo che quei minuti rubati alle sue ore contate, quei minuti che aveva deciso di passare seduto su una sediolina a farsi truccare da una perfetta sconosciuta sono stati pesanti e bellissimi. 
Avrei voluto chiedere cosa si prova, a sapere che stai per morire. 
Perché è vero che puoi fare tutti i discorsi fatalisti che vuoi, è vero che stiamo tutti sotto al cielo e nulla mi dice che tra due mesi io sarò ancora viva, o lo saranno tutti i miei amici o i miei genitori; ma sapere di avere una data certa, un tempo massimo entro il quale fare tutto, sapere che non farai mai il giro del mondo in mongolfiera, che non vivrai abbastanza da poterti specchiare e vedere da vecchio o da poterti sentire chiamare “papà”, sapere che ogni secondo che perdi in coda alle poste, sul divano a cazzeggiare davanti a un social network o a fare una cosa qualsiasi con gente che non mandi a cagare solo per educazione, è un secondo perso e non avrai un’altra possibilità di recuperarlo è un qualcosa di troppo orribile da mandare giù. 

Non ci sarà un altro Halloween, non avrai un’altra occasione per mascherarti da Joker. E quel ragazzo col tumore al cervello, una volta finito il trucco, è scappato a cercare la sua amica. L’ultimo Halloween della sua vita, ha deciso di passarlo truccato da Joker e ha scelto di farsi truccare da me.

venerdì 16 ottobre 2015

Napolitan diary #3: centralinista, to pay the bills

Lo scenario tipico è la casa paterna.
Tre-tre e mezza del pomeriggio, orario pennica. Riposino. Siesta. Qualunque sia la parola con la quale indicate quella mezz'oretta fisiologica di nullafacenza e pantalone sbottonato tra il pranzo e il resto della giornata..
Squilla il telefono.
Tre suonerie diverse: quella del fisso e quelle dei due cordless che abbiamo da cinque-sei anni e le cui suonerie ci scocciamo di sincronizzare per partito preso e quindi una fa BIRIBIRIBIRIBIRI e l'altra una roba tristissima, tipo valzer dell'agonia che ti chiedi perché abbiano composto una suoneria simile per un cordless. Cioè, a che pro?
Dicevo, suona il telefono e al secondo squillo senti mio padre che fa l'appello di tutti i santi del calendario/divinità pagane/divinità mono e politeiste affiancandoli ora a parti anatomiche perlopiù situate in zona inguinale, ora ad animali da cortile. Sì perché è vero che abbiamo due cordless da anni, ma è anche vero che ancora dobbiamo evolverci a tal punto da portarceli appresso onde evitare di doverci appunto prendere lo sbattone di alzarci ogni volta che qualcuno chiama, soprattutto durante le ore devolute al quotidiano muschiare after lunch.
Call center.
Quella voce sempre uguale, quei nomi che ti vengono sbattuti in faccia e che dimentichi nel momento stesso in cui vengono pronunciati perché mentre loro a te dicono "Pronto buongiorno sono Marco di Vodafone" tu mentalmente lo hai già arrotato con l'Ape Car. 
Di solito, è subito dopo l'enunciazione della ditta di appartenenza che scatta la filippica di mio padre.

Urlata, comprensiva di minaccia di denuncia per stalking.

E niente, io i call center li odio. 
Ammetto di aver chiuso telefoni in faccia, di aver finto di essere la figlia minorenne o la domestica filippina. 

Poi, sono finita dall'altra parte e mai come in questo momento la metafora più azzeccata per descrivere la mia vita è quella del salmone che nuota controcorrente, risale le cascate e finisce negli all you can eat cinesi a 10 euro.

Hai presente quando sei in coda al supermercato e senti la vecchietta davanti a te (che ovviamente era dietro di te, ma ti ha chiesto di passare avanti in nome della sua senilità nonostante abbia due carrelli pieni di roba che ti chiedi se sarà lei o la busta di pane mulino bianco ad ammuffire per prima) parlare dei fantomatici laureati che affollano i call center, magari proprio mentre tua madre ti dice che il pezzo di carta è sempre meglio averlo? Beh, così è.

Il pezzo di carta è sempre meglio averlo, dovessero finire i kleenex per asciugarti le lacrime (e dovessi essere troppo povero per comprartene altri).

Capita, quando hai ventiquattro anni ed esperienze lavorative pressoché inesistenti (però hai il pezzo di carta, eh!), di avere urgenza di pagare l'affitto.  E loro, i call center, sono lì ad attenderti come quei pesci degli abissi che hanno la lucettina in testa per attirare le prede e dodici fila di denti aguzzi per smembrarle. 

Che saranno mai, tre ore al giorno?
Dopotutto devo solo star seduta, dire le solite cose e per il resto posso pensare ai fatti miei, no?

Illusa.
Sciocca.
Pazza.
Visionaria.
Ora, non voglio fare la parte di quella che si lagna del lavoro, perché alla fine in quell'ufficio mi ci trovo bene. Voglio dire, le pareti sono di un bel giallo canarino, i colleghi sono tutti simpatici e quando arriva l'aggigghio collettivo l'atmosfera si distende e i minuti sembrano passare molto più velocemente.
Il problema non è tanto il lavoro - alienante, certo, ma non sto spaccando sassi -, il problema è chi c'è dall'altra parte.

Davvero, io lo capisco che lavorate e che al 90% sto contribuendo alla deflagrazione delle vostre gonadi.
Io lo capisco che a nessuno piaccia fare contratti per telefono.
Io lo capisco che avete visto il servizio sulle truffe dei call center a Striscia la Notizia (giuro, almeno in settanta mi hanno dato della ladra a causa di quel servizio).
Capisco tutto quello che volete, avete ragione e io per prima chiamo a raccolta tutte le mie capacità zen per non rispondere male ai centralinisti.

Tuttavia, io non posso esimermi dall'invitare una commessa inacidita che mi risponde "STIAMO LAVORANDOOO NUN CE SCASSATE ER CAZZO"  a riflettere sul fatto che chiamare sconosciuti (effettuando, in media, oltre quattrocento telefonate al giorno) per tre ore di fila proponendo offerte e piani tariffari non rientra nei miei hobby e che, sorpresa sorpresa, anch'io sto lavorando.
Una tipica telefonata

Quando sei lì, in cuffia, con le palle degli occhi che vorrebbero rotolare giù dalle orbite e farsi un giro nei dintorni per vedere qualcosa di diverso da nomi, cognomi, numeri e indirizzi; la stizza di chi ti risponde al telefono la senti proprio e a volte ti ritrovi a sperare che risponda la segreteria telefonica così, giusto per ricordarti cosa sia il calore umano.

La telefonata tipo procede più o meno così:

"Pronto, buongiorno, sono Noemi e la sto contattando dagli uffici commerciali di Fastweb. È lei che si occupa delle utenze telefoniche?"
[percepisci il fastidio e l'odio dall'altra parte del telefono, condensati in un lungo sospiro che culmina in un]: "no, non c'è il titolare, torna a fine mese CCCCIAO." o altre varie scuse che analizzeremo più in là.

Oh, comunque, parentesi: quanti titolari in vacanza, in questi giorni? E tutte vacanze lunghe! "Torna a fine mese" "Torna il mese prossimo", addirittura alcuni "Non so quando rientra"! Poi dicono che c'è crisi.

Poi c'è chi non si prende nemmeno il fastidio di risponderti e ti chiude direttamente il telefono in faccia; 
quelli convinti che il pene gli aumenti di un discreto numero di centimetri ogni volta che fanno la voce grossa coi centralinisti; 
quelli che ci provano con le centraliniste; 
quelli che fanno le battute troppo simpatiche assai; 
quelli che imbastiscono scuse improbabili assemblando parole a caso ("siamo una tangenziale" "sono a un bilico e non posso parlare"); 
quelli che ti fanno richiamare ottocento volte per poi dirti che non sono interessati o che sono già nostri clienti; 
quelli che vanno su tutte le furie se gli chiedi la data di nascita (mi sono saltati ben due contratti, così. Davvero, non vi giudico se siete vecchi).

"Smettetela di chiudermi il telefono in faccia..."


La cosa frustrante (una delle tante, in effetti) è che sta gente non puoi mandarla a cagare.
Non puoi dire che le loro battute non fanno ridere un cazzo di nessuno, non puoi augurar loro che le loro figlie finiscano in un call center a sentirsi dire da anonimi porci "continua a parlare, mi sto segando" per quattro euro all'ora. L'unica cosa che puoi fare è salutare cortesemente, chiudere la chiamata e spuntare una delle caselle contenenti i possibili esiti di una telefonata andata KO:

- Non interessato
- Non risponde
- Già cliente Fw
- Cliente infostrada/vodafone/telecom/teletu
- Numero errato
- Occupato
- Fax
- Segreteria
- Richiama
- Richiamo personale
- Rifiuta ascolto

Il tasto "rifiuta ascolto" è l'unico modo che ho per segnalare questa gente, soprattutto da quando ho scoperto gli shortcuts sulla tastiera, che mi risparmiano lo sbattone di aprire ottomila menù a tendina. Da allora, ogni volta che premo il benedetto tasto 9 che seleziona in automatico l'opzione Rifiuta ascolto, rivivo l'ebbrezza che provavo quando a scuola scrivevo i nomi dei cattivi alla lavagna, in preda al delirio di onnipotenza. Quel Rifiuta ascolto ogni volta significa qualcosa di diverso, ogni volta indica un livello differente di maleducazione, menefreghismo e imbecillità.

Rivolgo un accorato appello agli sviluppatori di 2bevoip, il programma che utilizzo per effettuare le chiamate:
amici, compagni, fratelli. Io, Noemi D'Alessandro, umile centralinista, vi chiedo di aggiungere le seguenti opzioni tra le già numerose scelte per comunicare l'esito delle telefonate:
- Maleducato
- Cafone
- Chiude il telefono in faccia
- Mente 
- Sta palesemente copulando
- Titolare in vacanza
- Titolare morto (serio, muoiono come mosche. Fate qualcosa per 'sti titolari, per cortesia.)
- Tutti morti (non potete capire a quante stragi familiari ho assistito, impotente, durante questo mese)
- Non si sa quando torna (con richiamo automatico alla redazione di Chi L'ha Visto?)
- Marpione
- Ha detto che non gl'interessa l'offerta, ma l'ha fatto gentilmente e ha una voce sexy quindi lo perdono
- È in causa con Fastweb (sono così tanti che a volte mi assale il dubbio di lavorare per una qualche legione del Male)

Ah, e se poi aggiungete la possibilità di giocare a Snake/Pacman mentre si è in chiamata, siete dei cazzo di miti.

E ora mi rivolgo a voi, vittime delle mie offerte e dei miei piani tariffari:
Lo so che i call center sono fastidiosi. Lo so che vi interrompiamo mentre state lavorando, mentre siete al cesso, dormite, scopate, aspettate che il vostro ex vi chiami perché voi lo conoscete e sapete che non fa sul serio, non può lasciarvi così dopo tanti anni e presto si renderà conto di cosa sta perdendo per sempre. Io lo so questo. Però vi chiedo il piccolo sforzo di mettervi per un attimo nei nostri panni e di ricordarvi che dietro quelle voci impostate, dietro quei "sorrisi telefonici" (così si chiamano, in linguaggio tecnico) ci sono persone che fissano schermi con gli occhi sbarrati e sorrisi isterici. Ci sono persone che un domani andranno via da lì e che potrebbero essere sostituite
da voi stessi o dai vostri figli, amici, parenti, nipoti, criceti. 
Quindi, per favore, siate gentili. 
Illustrazione grafica del "sorriso telefonico"

Altrimenti vi reinserisco il vostro numero nel sistema e vi richiamo a oltranza, fino alla fine dei vostri miserabili giorni. Stronzi.



martedì 22 settembre 2015

Neapolitan diary #1: Storia di un'imballata che s'addà scetà

La prima volta in cui ho messo piede a Napoli, avevo diciotto anni. Era l’ultima gita scolastica, avevo  seri problemi a mettere l'eye-liner e pensavo che le magliette larghe e sformate di Decathlon mi conferissero un aspetto trasandato e quindi sexy. Fu per questo che un ragazzino del luogo, orecchino zirconato trafiggente il lobo e taglio da moicano, si sentì in dovere di farmi notare che non era esattamente così, passandomi affianco e urlando uno sprezzante “marò, quant si bbrutt”.
Da quel giorno, non ho mai più considerato le magliette doymos qualcosa di più dignitoso di un pigiama o di un outfit da supermercato sotto casa.


Una foto di quella precipua gita.
Giacca a vento da sciatore (Decathlon)

Perché Napoli è così, se deve insegnarti, lo fa con le bastonate. Non ci sono avvertimenti, segnali, nessuno che ti dice “senti guarda, questa cosa qui la stai sbagliando”. Non ci sono le mezze misure, o le cose le fai bene o “ti fanno una latrina” fino a quando non ti svegli.

Sin da piccola, ho desiderato vivere qui. Mio nonno, il papà di mia mamma, era napoletano. Io non l'ho mai conosciuto, ma la mamma mi ha sempre raccontato di lui, di quanto fosse solitario e taciturno, delle serate intere che passava chino sulla scrivania, illuminato da un'unica flebile lampadina, curvo sui suoi album di francobolli rari (che per lui erano la cosa più preziosa al mondo), e di come gli brillavano gli occhi quando parlava della sua città - Napoli -, mentre con la matita tracciava le linee essenziali delle strade del Vomero - dove giocava da bambino - usando il retro di vecchi scontrini. Avrebbe voluto tornare nella sua città con mia mamma, farle studiare lì architettura e ripercorrere quelle strade a lui così care, ma il destino ha voluto altro per lui, e mio nonno si è spento a Bari, desiderando fino alla fine di scorgere per l'ultima volta le vette del Vesuvio.

Sono cresciuta ascoltando le storie del nonno, filtrate dai ricordi e dalla voce di mia mamma, che pure Napoli non l'aveva mai vista. Ascoltavo rapita le storie di questa terra spettacolare, viva e colorata, in cui erano nati Totò, Eduardo, Sophia. La terra del caos meraviglioso, con quei vicoli caratteristici, i panni colorati appesi ai fili, le signore coi vestiti a fiori che fanno la spesa al mercato, gli scugnizzi per strada e Pulcinella e pizza e mandolino. 

Effettivamente, per certo numero di anni ho avuto una visione un tantino distorta e stereotipata di Napoli. Però, capitemi, io non l'avevo mai vista.
Napoli la capisci (più o meno) quando la vivi, quando ti ci perdi e ti ci trovi. E io, qui, mi sono persa innumerevoli volte, in innumerevoli modi.
Venire a vivere qui, cercare un lavoro, crearmi uno spazio in questo microcosmo è una continua sfida per me, che abito principalmente nella mia testa. Non è permesso distrarsi, non è permesso sbagliare. Non è permesso deludermi e deludere. Non è permesso continuare a esistere come puro spirito, qui devi essere carne viva e pulsante, anema e core.

E a chi mi chiede perché, tra i miliardi di posti e città del mondo, abbia scelto proprio Napoli, posso solo dire che, ogni volta che sono venuta qua, è sempre il core che ho seguito.



faccio la poser con gli attrezzi da lavoro giusto per far capire che sto facendo i lavori in casa, in realtà ho dei valletti autoctoni che mi aiutano e che ringrazio con tutto il mio cuore.

Neapolitan Diary #2: The CV struggle

Il mio Curriculum Vitae è il riassunto di quell'allegro psicodramma che è la mia esistanza. L'eterna lotta tra i miei ottomila interessi, che si scontrano con i miei effettivi talenti, che cozzano contro il più venale e impellente bisogno di cash.

Ogni volta che ho chiesto consigli su cosa scrivere sul CV e come scriverlo, mi è stato risposto "scrivi tutto, ESAGERA!" e quindi quella volta che ho truccato un'attrice decaduta e mentalmente labile per un servizio fotografico penoso con annessi flosci capezzoloni e pelo pubico svettante in bella vista ambientato in casa sua e che in capa a lei avrebbe dovuto riscattarla e prolungare il suo agonizzante canto del cigno di qualche mese (il tutto per la pazzesca cifra di venti euro), diventa "ho esercitato la professione di Make Up artist presso privati". Che fa molto più figo e professionale.

Così come quella volta in cui mi sono distrutta la schiena per sei ore consecutive in un noto negozio di cake design a Bari, tra dolcetti, muffin, biscottini e torte intofate di pasta di zucchero truccando grandi e piccini per Halloween e ricevendo solo la metà del compenso stabilito perché "o prendi questo o te ne vai a fanculo" diventa "ho partecipato come performer durante feste ed eventi organizzati da negozi ed associazioni". Che detto così quasi mi fa dimenticare l'enorme delusione provata quando, oltre alla paga ridotta, la proprietaria mi ha porto un anello gommoso a forma di occhio che s'illuminava, come regalo. Grazie, oh magnanima padrona.

Ma quindi, devo scriverci proprio tutto, nel CV? Oppure devo eseguire una scrematura delle mie esperienze, escludendo quelle meno "dignitose" e ponendo l'accento sulle altre? I feedback positivi di ebay valgono come referenze? E tutte le volte che ho sconfitto la Lega a Pokémon Zaffiro?



Ché poi, tralasciando il discorso per il quale ogni lavoro onesto è dignitoso, se devo proprio dirla tutta, ho ricevuto più gratificazioni quando ho lavoricchiato a nero. E' per questo che nel mio CV scriverò senza vergogna che ho fatto:


- Assistenza, incitamento e gratificazione durante l'espulsione scarti di digestione (sia di natura solida che liquida) del Canis lupus familiaris Linneaus appartenente al nucleo familiare risiedente nell'appartamento attiguo a quello della sottoscritta. Si noti che la prestazione comprendeva un subitaneo servizio ripristino dell'originaria lindezza del suolo pubblico.
(pisciavo il cane della signora di sopra e poi pulivo)

- Istituzione di specifico e apposito corteggio privato costituito esclusivamente da me stessa medesima al fine di scortare il primogenito della famiglia risiedente nel condominio adiacente a quello della sottoscritta durante l'insidioso tragitto congiungente la dimora del diligente puello all'edificio scolastico in cui il suddetto apprendeva le basi della nostra amatissima ed italica cultura. Sia premura del lettore esaminante il presente CV notare che era scrupolo della scrivente stimolare la mente del preadolescente con contenuti che suscitassero il suo vivo interesse, onde rendere piacevoli ed educative le tratte percorse, spaziando da argomenti di attualità a discussioni moventi sul piano dell'irrealtà ("moh, ci pensi tornano i dinosauri a Bari? Tu che fai se vedi un T-Rex?") sollecitando così l'immaginazione del fanciullo. Si noti, inoltre, che tal percorso (formativo, oltre che meramente stradale) si è perpetuato per un lasso di tempo durato quattro anni solari consecutivi.
(accompagnavo il figlio della vicina a scuola e ci dicevamo i fatti)

- Gestione contabilità e contatti col pubblico - privati e fornitori - presso studio di amministrazione beni immobili. Manutenzione computer e macchine fotocopiatrici. Aggiungasi che tal esperienza ha avuto un ruolo fondamentale all'interno della mia formazione, conferendomi un'innata capacità di problem solving in situazioni di estrema criticità.
(ho lavorato nello studio di mio padre e difendevo il portatile quando lo prendeva a cazzotti)

- Svolto servizio di tutoraggio educativo e supporto allo studio a beneficio di soggetto afflitto da Disturbi Specifici dell'Apprendimento.
(ho fatto doposcuola a un bambino dislessico)

- Svolto servizio di tutoraggio educativo e supporto allo studio a beneficio di soggetto afflitto da -seppur non patologico- deficit mentale.
(ho fatto doposcuola a un bambino trimone)

- Segretaria, assistente, portaborse e personal shopper presso studio legale itinerante.
(facevo essenzialmente da badante a un avvocato incapace ed inetto alla vita che essenzialmente aveva il suo studio nella sua auto - tipo Lionel Hutz dei Simpson - e che mi ha licenziata perché non gliel'ho data e tutt'ora mi deve dei soldi. Se mi leggi, muori male.)




Bene. Aggiungo che sono diplomata al Liceo Classico e Laureata in Lettere e Filosofia et voilà, cessi di tutti i locali di Napoli e provincia, preparatevi ad essere lavati dalle mie colte mani!

martedì 21 luglio 2015

Hà sciut.

Dire che in questi ultimi due mesi non ho avuto né tempo né testa libera per sedermi al pc e scrivere due righe qua sopra è un eufemismo. Cioè, in realtà non credo sia proprio un eufemismo, ma un'altra figura retorica che non sono tenuta a sapere perché tanto mica sono laureat...AH NO.

Ebbene sì, dopo semestri di falsi allarmi;
dopo improbabili avventure in segreteria;
dopo camminate chilometriche sotto il sole cocente del Madonnella alle dodicimenoseiminutiprimi per andare a casa di quella cariatide del mio relatore e fargli firmare un cavolo di foglietto che lui non voleva firmare perché "tanto abbiamo tempo e in segreteria sono flessibili, sono trent'anni che faccio questo lavoro, vuole che non lo sappia?" e che ovviamente si è rivelato di vitale importanza a sei minuti dalla chiusura della sù citata segreteria prima del weekend durante l'ultimo giorno utile per la consegna di tal foglietto;
bici rubate e poi ritrovate;
improperi in qualsiasi lingua conosciuta/viva/morta/inventata;
gli ultimi due esami preparati nel giro di tre settimane con conseguente e catastrofico affossamento della media ponderata;
tesi scritta in tre giorni in una lingua molto simile all'italiano scrauso del leghista medio con annesso capitolo dedicato all'utilità dei Bat-Capezzoli che è passato inosservato dal momento che tra segreteria e relatore ti chiedono ottocento copie della tesi ma nessuno la legge
... e tante tante altre, Scippatò.

Dicevo, dopo tutto ciò e molto altro che non sto qui a dire perché NOPE NOPE NOPPITY NOPE, ha sciut.
È andata.
Ora posso fieramente scrivere con l'uniposca dorato sul citofono di casa mia DOTTORESSA.

Siccome i ringraziamenti non li ho scritti nella tesi, volevo scriverli qua sopra ma il post sarebbe diventato troppo personale e soprattutto più che ringraziamenti stavano diventando una serie di vaffanculi a lettere cubitali, che partono dal mio microcosmo altresì detto "cas'm" e arrivano all'universo tutto.
Quindi, siccome sono stati giorni (ormai quasi una settimana, in realtà) di festa (tipo principessina insomma) non voglio avvelenarmi ulteriormente il fegato. Ché già sacc come lo vedo...