Il mio ideale di serata fichissima oscilla tra varie tipologie di serate fichissime.
Oggi, sono io in un locale con le pareti rosse, i mattoni a vista, bottiglie di birra - tante bottiglie di birra - impilate sugli scaffali di legno, una playlist che mi ha regalato Jimi Hendrix e i Led Zeppelin in sottofondo e persone che condividono il tavolo con me, senza la pretesa di intraprendere per forza una conversazione.
Amo le persone che capiscono e rispettano il mio bisogno di starmene per i fatti miei.
Non scrivevo qua sopra da mesi, per ovvie e comprensibili ragioni.
Nel frattempo, ho deciso che risolverò i prossimi problemi condominiali con del tritolo nel sottoscala.
L'agenda sul tavolo mi ricorda che ho delle responsabilità, ma anche che ci sono delle pagine bianche che vanno riempite con cose a caso. Tipo una mucca vestita da Sailor Moon. Sailor Muu.
lunedì 24 ottobre 2016
domenica 21 agosto 2016
17
E' l'attimo prima della tragedia, quello che aneliamo.
Sono giorni che ho in testa questa frase e con tutta me stessa ho provato a vietarmi di scrivere. Perché è personale, perché non ne voglio parlare. Faccio come i cavalli col paraocchi, quando il cocchiere li tira per la briglia e loro puntano le zampe anteriori perché non vogliono camminare. Ecco cosa ho fatto e sto facendo.
Il momento in cui sono entrata nella stanza rossa del pronto soccorso trovando mia madre in lacrime mentre mi dice "è morto", credo mi perseguiterà a vita. Fino al momento prima, non sapevo, era tutto ok.
Papà era là dentro, c'erano medici e infermieri a prendersi cura di lui e io ero nel corridoio del pronto soccorso a scherzare con mio fratello. Noi eravamo là e papà lottava per la sua vita, mentre i medici tentavano disperatamente di salvarlo.
Una parte di me ancora spera di scoprire alla prossima citofonata, che è tutto uno scherzo di pessimo gusto. E' strano e doloroso sapere che non potrò più vedere mio padre, sentire la sua voce, litigarci, prenderlo in giro. Ogni piccolo obbligo casalingo che gli spettava e che ora io, mamma e mio fratello ci spartiamo è uno spillo nel cuore che ci ricorda quello che è successo.
Sedici giorni fa era dove sono io ora.
E vorrei tanto credere in qualcosa, per avere le risposte a quelle domande che una risposta univoca non ce l'hanno.
Che fine farò, quando finirò?
Sono giorni che ho in testa questa frase e con tutta me stessa ho provato a vietarmi di scrivere. Perché è personale, perché non ne voglio parlare. Faccio come i cavalli col paraocchi, quando il cocchiere li tira per la briglia e loro puntano le zampe anteriori perché non vogliono camminare. Ecco cosa ho fatto e sto facendo.
Il momento in cui sono entrata nella stanza rossa del pronto soccorso trovando mia madre in lacrime mentre mi dice "è morto", credo mi perseguiterà a vita. Fino al momento prima, non sapevo, era tutto ok.
Papà era là dentro, c'erano medici e infermieri a prendersi cura di lui e io ero nel corridoio del pronto soccorso a scherzare con mio fratello. Noi eravamo là e papà lottava per la sua vita, mentre i medici tentavano disperatamente di salvarlo.
Una parte di me ancora spera di scoprire alla prossima citofonata, che è tutto uno scherzo di pessimo gusto. E' strano e doloroso sapere che non potrò più vedere mio padre, sentire la sua voce, litigarci, prenderlo in giro. Ogni piccolo obbligo casalingo che gli spettava e che ora io, mamma e mio fratello ci spartiamo è uno spillo nel cuore che ci ricorda quello che è successo.
Sedici giorni fa era dove sono io ora.
E vorrei tanto credere in qualcosa, per avere le risposte a quelle domande che una risposta univoca non ce l'hanno.
Che fine farò, quando finirò?
sabato 28 maggio 2016
E' notte, ed è il momento giusto per un post ispirato e disincantato
E' una di quelle notti in cui le dita corrono sulla tastiera, veloci e mosse da qualcosa di indefinito dal quale nascono mille pensieri, che nella tua testa sono meravigliosi e coerenti ma che una volta che li rileggi ti sembrano banali e anche piuttosto sgrammaticati.
E' una di quelle notti in cui dovresti solo buttarti sul letto e dormire, e invece ti ritrovi ad infierire ancora sulla tua schiena stanca, curvandoti sul pc per buttare giù roba a casaccio che chissà se qualcuno leggerà mai.
Sei anni e passa fa, ho istituito il resoconto annuale, una lista di tre domande idiote da pormi ogni anno, il 26 maggio. Ad oggi, non ricordo esattamente per quale motivo scelsi proprio quella data, sta di fatto che per la prima volta sento che davvero qualcosa è cambiato. Saranno i venticinque anni che incombono, le responsabilità, l'angoscia dell'invecchiare, del vedere ragazzini e ragazzine di quattordici anni e pensare che dieci anni fa ero così anch'io. E, cazzo, dieci anni sono un'infinità. Quasi metà della mia vita.
E poi c'è tutto sto casino del trovare una strada, un lavoro, un compagno, una famiglia, dei rapporti umani stabili. E più t'impegni in una cosa, meno tempo hai da dedicare alle altre e allora devi scegliere se essere solo e realizzato, o avere tanti amici e poco tempo da dedicarti.
Perché il culo te lo devi fare, in ogni caso. Che sia per altra gente o per te stesso.
E non puoi fartelo due volte, sarebbe inumano.
E niente, due anni fa (o giù di lì) lessi un articolo che mi cambiò la vita.
Non sei quello che "sei" dentro. Non sei il tuo mondo interiore, non sei tue le buone intenzioni. Per le persone, sei quello che puoi dar loro. Sei quello che serve, che torna utile.
Ed è così, non si scampa da questa condanna.
La si subisce e la si scaglia addosso agli altri, senza pietà. Siamo tutti così, è pure inutile stare ad inveire contro le persone false, stare a farsi mille seghe mentali sul quanto ci tenga o ci abbia tenuto questa o quella persona a noi.
Stiamo simpatici, siamo di compagnia, arrapiamo, serviamo e basta.
E' una di quelle notti in cui dovresti solo buttarti sul letto e dormire, e invece ti ritrovi ad infierire ancora sulla tua schiena stanca, curvandoti sul pc per buttare giù roba a casaccio che chissà se qualcuno leggerà mai.
Sei anni e passa fa, ho istituito il resoconto annuale, una lista di tre domande idiote da pormi ogni anno, il 26 maggio. Ad oggi, non ricordo esattamente per quale motivo scelsi proprio quella data, sta di fatto che per la prima volta sento che davvero qualcosa è cambiato. Saranno i venticinque anni che incombono, le responsabilità, l'angoscia dell'invecchiare, del vedere ragazzini e ragazzine di quattordici anni e pensare che dieci anni fa ero così anch'io. E, cazzo, dieci anni sono un'infinità. Quasi metà della mia vita.
E poi c'è tutto sto casino del trovare una strada, un lavoro, un compagno, una famiglia, dei rapporti umani stabili. E più t'impegni in una cosa, meno tempo hai da dedicare alle altre e allora devi scegliere se essere solo e realizzato, o avere tanti amici e poco tempo da dedicarti.
Perché il culo te lo devi fare, in ogni caso. Che sia per altra gente o per te stesso.
E non puoi fartelo due volte, sarebbe inumano.
E niente, due anni fa (o giù di lì) lessi un articolo che mi cambiò la vita.
Non sei quello che "sei" dentro. Non sei il tuo mondo interiore, non sei tue le buone intenzioni. Per le persone, sei quello che puoi dar loro. Sei quello che serve, che torna utile.
Ed è così, non si scampa da questa condanna.
La si subisce e la si scaglia addosso agli altri, senza pietà. Siamo tutti così, è pure inutile stare ad inveire contro le persone false, stare a farsi mille seghe mentali sul quanto ci tenga o ci abbia tenuto questa o quella persona a noi.
Stiamo simpatici, siamo di compagnia, arrapiamo, serviamo e basta.
lunedì 16 maggio 2016
L'ennesima lettera in favore della mediocrità
Noi che abbiamo 20/21/22/23/24/25 anni e non abbiamo capito ancora nulla della vita.
Noi che sentiamo la pressione della competizione coi nostri coetanei che qualcosa di buono l'hanno fatta.
Noi disordinati, caotici, pensierosi, romantici, disillusi e tutta questa roba che fa tanto belli e dannati.
Di lettere che cominciano così ne spuntano un paio al mese. Plurale maiestatis, foto di ragazza con cuffiette nelle orecchie che guarda malinconica fuori dal finestrino di un treno e compatimento collettivo. Diventano virali, ci rincuorano per i dieci/quindici minuti successivi alla loro lettura e poi spariscono nell'etere. Lettere fatte di frasi brevi che significano tutto e niente, lettere fatte di elenchi e di ripetizioni a inizio frase perché abbiamo la convinzione che quello sia il modo più efficace di comunicare frasi e pensieri di una certa portata.*
*(e sì, potrei star usando lo stesso stile che sto criticando volutamente)
Lettere che esaltano l'indecisione, la vita vissuta in perenne attesa di qualcosa o qualcuno. Lettere che esaltano la mediocrità, insieme ad articoli che erigono qualsiasi difetto o stranezza a sintomo di indiscutibile intelligenza.
I single sono più intelligenti.
I cicciotti sono più intelligenti.
Chi scorreggia sotto le lenzuola è più intelligente.
I solitari sono più intelligenti.
Le donne con le tette piccole sono più intelligenti.
Gli uomini con le tette sono più intelligenti.
Tutti assiomi ricavati da qualche studio in una qualche università della California in cui i ricercatori passano le giornate ad appuntarsi chi, tra panzoni e petomani, risolva più velocemente il cubo di Rubik. Davvero, è così che me lo immagino.
Sembra una di quelle gare in cui alla fine vincono tutti. "Bravo, hai partecipato alla vita, qualcosa di buono sicuramente l'hai fatto! Come dici? Mangi gli spaghetti usando il cucchiaio? Allora sei più intelligente! Qualcuno dia un Nobel a questa persona!".
Stesso discorso per le lettere accorate, tipiche dei blog e dei giornali online che fanno clickbaiting.
"A te, ventiequalcosenne che ancora vivi dai tuoi e passi la vita a smanettare sul pc invece di fare qualcosa di buono. Non sei un imbecille pigro e impreparato alla vita, no! Sei speciale! Vieni a leggere mille storie di altri speciali come te! Non sei solo!"
La verità è che siamo degli inetti e che abbiamo bisogno di sentirci dire che non è così, ma stiamo solo aspettando il nostro momento per sbocciare, come se dipendesse da un qualcosa che non siamo noi. Siamo passati dal buttare i nostri pomeriggi davanti alla televisione a guardare i cartoni animati al momento in cui qualcuno ci ha messo un diploma o una laurea in mano e ci ha detto "quella è la vita, vai e fanne il tuo capolavoro".
Nulla di più spiazzante. Libertà liberticida.
E vai di frasi motivazionali su Facebook, di foto di giovani americani biondissimi si Instagram che passano le giornate a frullarsi complicatissime colazioni ipocaloriche e a comprare vestiti e accessori nuovi. E tu stai a casa a guardare le loro vite, mentre te ne stai in tuta a sgranocchiare snack e aspetti il download dell'ultima puntata di una delle settanta serie tv che segui. E l'unica cosa che aspetti con ansia sono gli infiniti reboot di quella roba anni '90 che hanno forgiato la tua mediocre personalità, salvo criticarli poi sul tuo blog non appena esci dal cinema con parole al vetriolo perché "era meglio l'originale". E non ci rendiamo conto che questo perpetuo ripetersi di film, serie tv, cartoni animati riveduti e corretti altro non è che il nostro modo di sentirci ancora legati a quegli anni, di aggrapparci con tutte le nostre forze alla convinzione che quei momenti di innocenza e spensieratezza non sono ancora finiti.
Ogni tanto, giusto per ingannare te stesso fingendo che stai davvero facendo qualcosa, cerchi lavoro online. Incredibile il numero di parole zeppe di sillabe altisonanti che la gente che scrive annunci usa per dire "cerchiamo operatore call center" o "tizio che vende depuratori porta a porta". Ma loro sono interessati alla tua crescita professionale, eh! Loro hanno a cuore la tua formazione, la tua esperienza, la tua carriera! Duecento euro di fisso e dieci euro a provvigione, il tutto al piccolo prezzo della tua anima. Che quasi quasi guadagni di più restando ad ammuffire sul letto e a cercare foto di gattini carini.
"Ma non è un ufficio come gli altri, è una grande famiglia! Vedi la foto di questo generico ragazzo? Sette mesi fa era come te! Poi, una provvigione alla volta (ottenuta chiedendo ai passanti di donare soldi ai bambini Africani), in sette mesi è diventato il nostro capo! Questo grattacielo è tutto suo! Devi essere carina, di bella presenza! Sorridi sempre, scherza con le persone! E' un lavoro per il quale bisogna essere svegli, comunicativi! Fai anche vedere un paio di foto coi bambini con la pancia gonfia e le mosche sugli occhi, che s'inteneriscono e sganciano prima i soldi!"
(Giuro di non aver inventato una parola di questo discorso. Me lo sono sentita dire sul serio, prima di uscire da quell'ufficio strappando il bigliettino con su scritto l'orario del prossimo incontro.)
No, davvero, come fanno le ragazze di Instagram? Positività e tisane appiattisci-stomaco bastano a salvarci dal tracollo?
Ed è assurdo il fatto che non trovi risposte a queste domande, dal momento che avendo pancia, cellulite e doppie punte sono "più intelligente" (di chi?) almeno secondo tre-quattro articoli diversi.
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giovedì 21 aprile 2016
Nu latitaaante nun tiene nieeente
Sono mesi che non ho una casa.
Cioè, ne ho troppe.
Tante e nessuna, a dir la verità.
Parte delle mie cose è dai miei, il resto è in una location supersegreta nota solo a pochi e sorvegliata da dragoni sputafuoco.
"Oh, come mi sta bene questo vestito! Starebbe proprio bene con gli stivaletti ner...cazzo, sono nell'altra casa!"
Più o meno è così che vivo da mesi.
E niente, questa cosa a breve mi provocherà un esaurimento nervoso di quelli pazzeschi, ma a quanto pare il mio genio della lampada personale non ha capito molto bene cosa intendessi quando gli ho detto che mi piace viaggiare. Oppure la colpa è del biscottino della fortuna mangiato in un ristorante cinese anni fa, come in Quel Pazzo Venerdì.
Cioè, ne ho troppe.
Tante e nessuna, a dir la verità.
Parte delle mie cose è dai miei, il resto è in una location supersegreta nota solo a pochi e sorvegliata da dragoni sputafuoco.
"Oh, come mi sta bene questo vestito! Starebbe proprio bene con gli stivaletti ner...cazzo, sono nell'altra casa!"
Più o meno è così che vivo da mesi.
E niente, questa cosa a breve mi provocherà un esaurimento nervoso di quelli pazzeschi, ma a quanto pare il mio genio della lampada personale non ha capito molto bene cosa intendessi quando gli ho detto che mi piace viaggiare. Oppure la colpa è del biscottino della fortuna mangiato in un ristorante cinese anni fa, come in Quel Pazzo Venerdì.
E niente, ovunque io sia, sono incompleta.
martedì 16 febbraio 2016
Il mio COMING OUT (astenersi persone dalla mentalità chiusa, PLS)
E’ difficile per me buttare giù queste righe. In una società in cui si predica la libertà di pensiero “fino a un certo punto”, finché non intacca le tradizioni e i costumi popolari, essere se stessi e andare in qualche modo contro corrente è un lusso che solo i più coraggiosi possono concedersi. E io di coraggio, non ne ho mai avuto tantissimo. Ammetto di aver sempre temuto il giudizio altrui, l’effetto “folla inferocita” accecata da un odio che accomuna dieci, cento, mille individui riuniti contro il nemico comune. Il diverso, l’emarginato.
Però, ho deciso, in questo clima di dibattito sull’argomento in cui ci si chiede se sia giusto o sbagliato, se la mia “scelta” sia eticamente corretta o addirittura nociva, se possa infangare e distruggere una routine consolidata da anni di “è sempre stato così, tu e quelli come te non potete pretendere di sovvertire le immutabili leggi dell’universo”; ho deciso di parlare.
Nonostante io tenda ad evitare l’argomento in pubblico, sempre più spesso mi vengono poste domande a riguardo. Inizialmente le glissavo, sorridevo timidamente e minimizzavo il tutto, dicendo che magari è solo una fase e voglio solo provare una cosa nuova ma che prima o poi tornerò “normale”.
Cosa è normale, poi?
In molti hanno capito. Mi dicono che si vede da come mi comporto quando sono con gli altri, durante una pizzata tra amici o un’uscita al pub.
Si vede che sei diversa.
E sì, per alcuni versi, lo sono. In questi anni, dal momento in cui ho preso consapevolezza della cosa, ho conosciuto tanta gente come me. Mi fa sentire meno sola. Gente che come me ha paura di esporsi, di dire la propria. Gente che viene continuamente attaccata e derisa. Perché quelli come noi vengono perculati da chiunque. C’è chi ci dice che siamo estremisti (e sì, ammetto che alcuni di noi, in alcune manifestazioni, possono sembrare esagerati. Ma come dar torto a gente che fa parte di una comunità continuamente vessata e che vuole mandare un messaggio forte? Come fai a contenere la rabbia che ti ribolle nelle vene assieme al sangue, quando provi a urlare per quelli le cui grida non possono essere ascoltate?), c’è chi non prende sul serio la nostra causa e ci sbatte in faccia il suo amore per “altro”, come se facendolo ci recassero un danno o ci facessero un dispetto.
A ognuno il suo, dico io. Ognuno faccia quel cavolo che vuole senza ostacolare gli altri, ma che tutto sia fatto in maniera consapevole. E’ inutile pararsi gli occhi dietro cinismo esasperato, dietro le usanze, le tradizioni o come diavolo le volete chiamare voi.
I miei amici più cari e la mia famiglia sanno questa cosa, questo fardello che mi porto appresso già da un po’. Ammetto che non è stato facile, all’inizio.
Le prime "avvisaglie" le diedi verso i quattordici, quindici anni. Ricordo che mia madre non prese affatto bene la cosa. Finii con l’ammettere che era solo una fase adolescenziale e che la normalità era altro. Eppure questa normalità non la sentivo mia e quel pensiero ritornava, ciclicamente, come una canzone della quale non riesci a sbarazzarti. E sentivo che c’era qualcosa di sbagliato in quello che facevo, qualcosa che mi sforzavo di fare perché agli altri andavo bene così, perché diversamente sarebbe stato ridicolo.
Ma oggi, senza un apparente motivo se non un grande atto di coraggio, voglio urlare al mondo la mia diversità, senza paura di essere giudicata. E voglio farlo non solo per me, ma anche per tutti quelli che come me vengono presi in giro, isolati, vessati e provocati continuamente da gente chiusa, ignorante, bigotta.
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SONO VEGANA.
Ecco, l’ho detto. Linciatemi.
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giovedì 10 dicembre 2015
Fifty shades of Groupie
Oggi mi ha presa male. Sto passando la serata sola a casa e non trovo consolazione nemmeno nella playlist di Spotify “SADDEST COUNTRY MUSIC SONGS EVER!” che di solito mi tira su di morale. Non perché ami il conutry, né perché le canzoni mi mettano di buon umore (o non farebbero parte della playlist “SADDEST country music songsblabla”). È che creano atmosfera, capì? Questi che si sbronzano di whiskey e si dimenticano il cavallo fuori…
Dicevo, oggi mi ha presa male e quindi la cosa più razionale e adulta da fare è trovare un capro espiatorio e svomitazzarci bile sopra, just for fun.
Chi mi conosce, sa che l’unica categoria umana che ritengo più opinabile delle sbarbine che si sentono guru del BDSM solo perché a letto si fanno sculacciare e prendere a cinghiate in pieno delirio da post-50 Sfumature di Grigio è lo scellerato macrogruppo delle fangirl.
Chi mi conosce, sa che l’unica categoria umana che ritengo più opinabile delle sbarbine che si sentono guru del BDSM solo perché a letto si fanno sculacciare e prendere a cinghiate in pieno delirio da post-50 Sfumature di Grigio è lo scellerato macrogruppo delle fangirl.
Inoltre, chi mi conosce e mi legge (ovvero Kekko e Niki, che avevo promesso di salutare in mondovisione e quindi CIAO NIKI!) sa che sono solita fare pubblica ammenda prima di scagliarmi contro una categoria subumana, rivelando anticipatamente il plot twist che mi vede(va, nella maggior parte dei casi) parte integrante della categoria prescelta. Tutto ciò per la mia famosa tendenza a prendere le distanze da me stessa, sintomo di grande crescita intellettuale nonché di schizofrenia.
Ammetto, sono stata fan dei Green Day.
Lo sono stata visceralmente.
Portavo la cravattina rossa, mi mettevo l’eyeliner male, catene attaccate ai jeans, chitarra foderata di adesivi e adibita per un numero considerevole di anni alla sola esecuzione della variegatissima discografia della band (quindi, essenzialmente, due accordi), mosaici di poster intersecati tra loro, libri, dvd, biografie non ufficiali con notizie spesso contrastanti (DOV’È LA VERITÀ??), testi imparati a memoria, cd originali tenuti come reliquie e deliri adolescenziali simili.
Sì vabbè, ma avevo tredici anni e niente internet.
Che poi a ventuno anni suonati sia andata sola soletta all’avventura a un concerto dei Green Day giusto per fare un regalo alla mia versione più giovane e punk (non vedendoci, tra l’altro, un cavolo perché sono bassa e quindi per quel che so io possono pure aver fatto partire un cd con un live a caso registrato e aver mosso delle marionette sul palco perché davvero non ho visto NULLA di quel concerto), è un’altra storia.
In ogni caso, non ho mai raggiunto livelli di delirio ossessivo. Non sapevo i compleanni dei membri dei Green Day, né il numero di scarpe, né i nomi di eventuali mogli/figli/nipoti/cani/gatti/pesci rossi, né preferenze in fatto di cibo o altro.
Io amavo la musica dei Green Day, amavo il loro look, amavo la loro grinta e da grande volevo essere una specie di Billie Joe femmina, cazzuta e divertente, in grado di sfornare album su album usando solo due accordi.
Questa fase mi è durata tipo un paio d’anni o giù di lì. Poi io sono cresciuta, i Green Day si sono venduti pure i bulbi piliferi e i poster sono passati dal mio muro al bidone dell’indifferenziata.
Certo è che, nonostante abbia dimenticato come si tiene in mano la chitarra, così come ho scordato tutti i profondissimi testi dei Green Day, una cosa in me è rimasta invariata: il modo perverso in cui subisco il fascino del musicista. E anche qui, occorre una precisazione: non me li vado a cercare col lanternino. Nella quasi totalità dei casi, è stato il Fato a far sì che sulla mia strada si parassero prevalentemente individui in grado di suonare un qualche strumento. Lasciate che i musicisti vengano a me, diceva qualcuno.
Bene, chiusa la parentesi del mea culpa, torno al mio capro espiatorio della giornata.
Quando sei sola a casa e hai presumibilmente l’influenza, l’unica cosa ragionevole da fare è leggere le fanfiction sugli One Direction e quelle (ormai sempre più rare) su Justin Bieber, riflettendo su quanto scellerata sia questa generazione di fangirls (perché, diciamocelo, queste stronzate sono al 90% opera di ragazzine. Perché noi femmine siamo così dolcemente complicate che persino il sacro rituale onanistico necessita di preliminari e quindi non possiamo semplicemente sgrillettarci su una foto di Harry Styles, NO! Dobbiamo prima scrivere un racconto di 120 pagine su una ragazza timida e impacciata incredibilmente ma casualmente del tutto simile a noi stesse medesime che farà innamorare il cantante, che sebbene abbia schiere di condotti vaginali a disposizione sceglierà la nostra protagonista perché lei è l’unica in grado di cambiarlo nonché l’unica a tirarsela perché sebbene sia fragile come una canna di bambù agitata dal vento, lei è una giovane donna forte e indipendente che, inconsapevole della sua bellezza celata da un paio di occhiali a fondo di bottiglia e maglioni oversize, ha un carisma della madonna incoroneta).
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| Twilight, il capostipite di questa tragica progenie di porcherie |
Crescendo, questa tipologia di personaggio straconvinto di avere il vagina power, degenera in groupie, devolvendo la stessa esistenza dei suoi singoli atomi al sostegno smodato di band locali (e spesso sfigate) che seguiranno ossessivamente tra sagre della focaccia e raduni degli amanti del fungo cardoncello, facendo la spola tra palchi e camerini, perché la musica è la loro vita, e il Fallo il loro unico dio. E se poi il fallo appartiene a uno che tiene in mano uno strumento X su un palco, non c’è tanga che tenga. Poco importa se si tratti di un vero palco o di una superficie sopraelevata ricavata da vecchi libri impilati, cassette della frutta o fogli di compensato. È nei boxer di un musicista? Allora va bene.
Siccome il mondo è bello perché è vario e io amo le liste, ecco elencate alcune delle più diffuse tipologie di groupies:
1) Il modello Belieber:
I musicisti sono creature mitologiche infallibili e perfette. Poco importa se hanno stirato 3-4 vecchiette durante il loro primo giro in Ferrari o se producono musica mediocre. La groupie modello Belieber difenderà a spada tratta i suoi beniamini, a prescindere da nefandezze varie ed evasioni fiscali. Di solito, questo tipo di fangirl è molto giovane, caratterizzata da un fervido attivismo da tastiera che la porta a sacrificare la sua giovane età curva su d un MacBook Pro (cit) e che solo in rare occasioni è possibile osservare dal vivo.
2) Il modello Table Whore:
Normalmente legate da un filo invisibile che le costringe a orbitare a 2-3 metri dalla rockstar paesana di turno, agghindate e imbellettate oltremodo (del resto bisogna pure capirle, i concerti sono le uniche occasioni di vita mondana che hanno), gravitano sculettanti e ammiccanti nei pressi dei tavoli VIPs, sperando in qualche modo di entrare nelle grazie di chi li occupa e scroccare un bicchiere di prosecco corretto con l'antigelo che da solo vale la metà dell'irrisorio budget dell'intera band. Oh, ma vuoi mettere la soddisfazione di bere dallo stesso bicchiere del bassista della cover band dei Ricchi&Poveri?
3) Il modello Dark:
Di solito, è la tipologia più selettiva: niente capelli lunghi lisci e corvini? Niente piercing? Niente tatuaggi? E allora niente groupie darkettona. Questo modello è caratterizzato da un atteggiamento più aggressivo (talvolta senza un reale motivo), ostentatamente malinconico e cinico, che però nasconde un cuore di panna che emerge in tutta la sua sensibilità e scioglievolezza quando partono i Blink-182.
E niente, siete tanto carine e mi fate molta tenerezza. :)
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