domenica 21 ottobre 2018

Shish ok.

18.10.2002 A tutte le volte che ti ho presa in braccio, Al momento in cui ho chiesto ai miei genitori se fossi mia per davvero,
e a quello in cui ho capito che ero io ad essere già perdutamente tua e che lo sarei stata per sempre.
Alla prima volta che ho pianto per te, terrorizzata all'idea di non essere in grado di proteggerti, al primo viaggio in auto verso casa, con te ancora nella tua scatola di cartone che saltellavi e mi facevi paura.
A tutti gli omogeneizzati che ti sei spazzolata, ai dentini da latte che hai lasciato per casa (e a quelli che hai ingoiato).
Al trasportino che hai sapientemente rotto in punti strategici che ti permettessero la fuga, alle catene e ai guinzagli spezzati.
Alla prima volta che abbiamo sentito la tua voce, a tutte le volte che abbiamo provato a farti capire che non era necessario abbaiare per ore, per farci capire che questa o quella persona non ti andava a genio.
A tutte le figuracce che ci hai fatto fare mordendo quei poveri ingenui che volevano accarezzarti, a tutti i cani di grossa taglia coi quali puntualmente volevi litigare.
Alla bandana che ti mettevamo al collo e che portavi fiera quando faceva un po' più freddo.
Ai biscotti che mamma ti dava di nascosto.
A tutte le volte in cui hai provato a difenderci da pericoli inesistenti, a tutte le volte che sono uscita di casa accompagnata dal tuo abbaiare incessante.
Non sai che darei per sentirlo ancora.
A tutte le volte in cui sei salita sul mio letto, o sulla scrivania di Vito.
A quel gioco buffo che facevamo noi due e che hai avuto la forza di donarmi un'ultima volta poco prima di addormentarti per sempre.
Alle notti insonni passate sul divano, per controllare che stessi bene, e a quelle in cui venire a darti un bacio o una carezza ha dato un senso al mio vagare notturno.
A tutte quelle volte in cui sono tornata a casa e la prima cosa che ho cercato eri tu
e a tutte le volte che ancora lo faccio, sperando di trovarti sul divano, tra i cuscini.
Al tuo zampettare che mi faceva compagnia, ai tuoi sospirini, ai borbottii e al tuo modo sgraziato di mangiare.
Ai croccantini sparsi per casa.
A tutte le canzoni che ti ho cantato, a tutti i giocattoli che hai distrutto.
A tutte le volte che hai accolto il mio cuore spezzato con la pazienza di una sorella, di una figlia, di una madre.
A quel momento in cui ti ho giurato che non ti avrei mai abbandonata, e a quello in cui ho desiderato di non averti mai promesso una cosa del genere perché ero convinta di non avere la forza e il coraggio di restare con te che eri su quel tavolino freddo, mentre la medicina ti fermava il cuore per sempre.
Non immagini quanto, il pensiero di dover affrontare quel momento, mi abbia tormentata ogni giorno, da quando sei entrata nella mia vita.
A te che sei stata la mia prima amica del cuore, la mia confidente, l'amore della mia vita.
A te che sei stata desiderata per anni e che quando ti ho vista non eri come ti immaginavo, ma non avresti potuto essere diversa. Eri tu, eri mia, eri per me. A tutte le cose che sono state e resteranno sempre solo nostre. A te che sei stata e sarai per sempre l'insegnamento più grande che abbia ricevuto da questa vita.

domenica 19 agosto 2018

le cose che ho imparato facendo un puzzle

Qualche settimana fa, mi è venuto il piccio del puzzle.
O meglio, dei puzzle.
Ne volevo (voglio?) tanti, raffiguranti quadri famosi che mi piacciono. Li volevo (voglio?) appendere nel mio ufficio a imperitura memoria dell'impegno - all'epoca decisamente sottostimato - che ci avrei messo a comporli.
Del resto, pensavo, da piccola risolvevo i puzzle della Disney da 20 pezzi con una destrezza tale da far credere ai miei che fossi una bambina prodigio.
Le cose non possono essere cambiate poi così tanto.
Che sarà mai un puzzle con l'urlo di Munch da 1000 pezzi a 27 anni, rispetto a uno de La Bella e La Bestia da 20 pezzi, a 2 anni?

Povera scema.

Tuttavia, in queste notti insonni passate a bestemmiare questa scelta infelice, con particolare enfasi sul costo spropositato del suddetto puzzle (17 euro, na follia), sono riuscita a ricavare delle fondamentali lezioni di vita. Un po' perché mi piace trovare il senso in ogni cagata che faccio, un po' perché pensare a qualcosa mentre cerco di capire se sto attaccando un pezzo di vialetto nel mezzo del cielo mi ha salvata dalla pazzia.

Ho imparato, dunque, che fare un puzzle è un lavoro di concentrazione, intuito, culo.
Ho imparato che devo iniziare dalla cornice, per avere il quadro iniziale della situazione. Avere dei limiti, dei bordi, dei confini entro i quali costruire il mio disegno.
Ho imparato che, ogni tanto, qualcuno mi aiuterà a comporre un laghetto, o uno stagno, o la faccina del tipo che urla. E ho capito anche, che quel qualcuno in realtà non ha fatto che forzare dei pezzi che gli sembravano combaciare, scombinandomi tutto quanto.
Ho imparato a distruggere e ricomporre, con la consapevolezza, stavolta, che due pezzi che non stanno bene insieme non vanno forzati perché uno dei due potrebbe piegarsi e rovinarsi per sempre.
Non è facile trovare l'esatta sfumatura di colore che cerchi, mentre fai un puzzle. Centinaia di pezzi hanno colori simili tra loro, alcuni talmente tanto da confonderti e gettarti nella frustrazione più nera quando, dopo vari tentativi di incastro, devi gettare via il pezzo prescelto e cercarne un altro, in mezzo a 999 altri che sembrano tutti uguali.
Ho imparato che, ogni tanto, è giusto prendersi delle pause, anche lunghe, per evitare di commettere altri errori causati dallo sfinimento e dallo sconforto.

E soprattutto, ho imparato che il tutto a mille sotto casa mia non vende il picoglass della misura giusta per appendere 'sto cazzo di coso quando l'avrò finito.
Se mai lo finirò.

martedì 8 maggio 2018

a million dreams

non so dove siano finiti
forse tra le bollette da pagare,
tra le mail alle quali devo rispondere da settimane
tra gli amici che non sento più
tra le ore in ufficio perché meglio di così non si trova
tra tutte le cose belle che rimando a domani
ché oggi non c'ho tempo
ché oggi non c'ho voglia
che quando c'ho tempo o voglia, sono troppo stanca
ed è meglio dormire per recuperare le forze
ché domani si ricomincia

chissà che provavo, quando sognavo

giovedì 25 gennaio 2018

due centesimi (o un sacchetto biodegradabile, se preferite) sulla questione Labadessa

Non sono mai stata una grande fan di Labadessa. Tuttavia, gli riconosco l'enorme merito di aver creato uno stile unico, riconoscibile tra mille, utilizzando pochi elementi: una tavolozza di colori minimal, un pennuto con lo sguardo vacuo. Di Mattia, mi piace come disegna, mi piace lo stile, ma non mi dice nulla. Anzi, per un periodo l'ho trovato ripetitivo, noioso e banale. Uno che va bene a fare le frasi da condividere su tumblr, per intenderci.



Ho vissuto con grande perplessità la sua breve ascesa, ma all'epoca era tanto di moda fare i disagiati con l'ansia e gli uccelli rossi di Labadessa si prestavano perfettamente allo scopo.

Poi puff, sparito, come spesso accade coi fenomeni made in internet che sconfinano nel cartaceo, o nel cinematografico, o nel musicale. Insomma, quando li trovi alla Feltrinelli sai già che sono spacciati.

E così è stato, almeno fino a ieri.



Il fatto è semplice: a lui, alle 11 e passa di sera, viene in mente una stronzata.
La scrive, la pubblica.

La gente s'incazza. Le femministe s'indignano.
Cultura dello stupro
meme
articoli
EH MA PERCHE' NON SI SCUSA > lui si scusa > EH MA NON COSì

E, dall'altra parte, chi lo difende a spada tratta dicendo che chi lo critica non lo capisce perché è artista.

Io mi permetto di sopraelevarmi a un livello ancora più iperuranico sentenziando un poderoso: STICAZZI.

Allò, che Labadessa abbia detto una cagata, è fuori ogni discussione. Cioè, la cosa poteva andare bene fino a quando non ha specificato che, la fantomatica app per sveltine in metro, dovesse includere tra le sue features anche la funzione "addormenta ragazza". Obiettivamente, è quello che mette un po' a disagio e crea quell'effetto "stupro al cloroformio" che non piace.
D'altra parte, è anche vero che fare una battuta senza offendere nessuno, oggi, è diventato impossibile. Se poi metti a far battute uno che non ci è manco portato, allora si scatena il cataclisma.

E' da un po' che ho la sensazione che ci siano appositi squadroni di gente che sta lì a soppesare ogni parola in ogni sua sfumatura di significato per beccare la falla nel sistema e fare il putiferio. Giuro, pur gestendo un blog con un'utenza minima come questo qua, ho l'ansia ogni volta che devo parlare di un argomento un filino più "scomodo", siamai qualche fiocco di neve tutto speciale dovesse offendersi o darmi addosso per cose che loro sono convinti/e/x/y/k di aver letto tra le righe.

Però, di qui a dire che tutti quelli che si sono sentiti offesi sono na manica de stronzi che non capiscono che Mattia è un artista e l'arte va fuori dagli schemi, non conosce regole ecc ce ne passa. Cioè, raga, no.

Non stiamo parlando di Louis CK o di Bill Hicks.
Ci vuole classe, a fare black humor.
Così come ci vuole classe (e cultura) per distinguere una battuta riuscita da un'uscita infelice.
E la classe sta anche nell'ammettere che qualcuno ha sbagliato, senza aspettarlo sotto casa con torce e forconi.

Detto ciò, ma che cazzo di filmone è, La Bella Addormentata?




mercoledì 17 gennaio 2018

riflessione: le unghie di gel

Confesso: soffro di onicofagia.
Nel senso che mi mangio le unghie.

Lo faccio da quando ho memoria, è uno dei tanti comportamenti autolesionistici che assumo quando sono stressata, insieme alla tricotillomania e alla visione compulsiva di Troppo Belli.




E' che alle volte ho bisogno di farmi del male.
Se avessi le palle, me le prenderei a martellate, ma essendone sprovvista devo in qualche modo compensare.
Per un brevissimo periodo della mia vita, sono riuscita a non automutilarmi le unghie, ma la situazione è drasticamente peggiorata da un anno a questa parte, tanto da far somigliare le mie falangette ai gommini delle matite.
Facendo un lavoro per il quale ho bisogno di avere le mani in ordine (a nessuno piace essere mandato a fanculo da un dito medio sprovvisto di apposita unghia smaltata) e avendo ormai raggiunto l'indipendenza economica (non è vero, non l'ho raggiunta. Però posso levarmi qualche sfizio senza sentirmi particolarmente in colpa); qualche settimana fa ho deciso di ricorrere alle più moderne tecniche dell'estetica per installarmi delle protesi in plastica su quel che resta delle mie unghie.
Mi sono fatta fare la ricostruzione, in pratica.



Oltre ad aver perso l'orientamento su qualsiasi tipo di tastiera, ho anche acquisito la stessa scioltezza e manualità di Edward Mani Di Forbice alle prese col piatto di pisellini primavera findus.



Tuttavia, come spesso accade, queste situazioni apparentemente normali suscitano in me una serie di riflessioni e domande alle quali non riesco a trovare una risposta univoca.

Stando all'onicotecnica che ha realizzato il miracolo, quella che ho fatto è stata una "ricostruzione con colata di gel".

GEL.

E' questa la parola chiave.

Ora, io non so voi, ma per me il gel è na cosa morbida, gommosa, sploff sploff.
La gelatina è sploff; il gel per i capelli è sploff; la gelatina della simmenthal è sploff.

Mo, perché il gel per le unghie è duro come il cemento armato? Perché non è sploff??

E' una cosa che il mio cervello non riesce a processare, non me ne faccio una ragione.

Io ero tutta felice perché pensavo che tipo mi avrebbero installato queste unghie gommose, resistenti a ogni urto e anche utilissime come antistress portatili.
Invece no, c'ho gli artigli di Wolverine.
Non riesco manco più a suonare l'ukulele.

Però tiro dei vaffanculi raffinatissimi e perfettamente smaltati.

sabato 2 dicembre 2017

Sono stata alla conferenza anti-gender (?) di Povia


Ho bisogno di ripetermelo qualche volta per apprendere appieno cosa ho fatto. Per interiorizzare l’esperienza e accettarla, per perdonarmi e redimermi.
In tante, troppe, occasioni, mi sono ritrovata a osservarmi dall’alto e a chiedermi “cosa sto facendo della mia vita?”.
Un po’ per via di quel senso di vuoto esistenziale che pare essere la tara generazionale di noi millennialz, un po’ perché spesso e volentieri mi ritrovo in situazioni assurde nelle quali mi metto più o meno con le mie mani. La verità è che amo farmi trascinare dagli eventi. C’è chi direbbe che sono abulica, io preferisco pensare di essere solo molto curiosa e coraggiosa. La yes-girl del Libertà.
Ma basta parlare di me e cercare scuse per l’empio gesto, io ieri sera ero tra i seguaci di Povia e dell’Avv (?) Amato. Mimetizzata tra le loro fila di agguerriti pensionati e casalinghe, in compagnia del mio amico del cuore, che condivide con me una masochistica passione per il trash, ai limiti dell’autolesionismo.

Tra sagre di paese, musical sulla vita di Madre Teresa di Calcutta e recite di natale delle parrocchie di paese, abbiamo trovato delle valide alternative all’alcolismo e alla tossicodipendenza. Il trip te lo fai uguale. E, a questo scopo, cosa c’è di meglio di una conferenza sulla famigerata teoria gggender tenuta da un cantante finito nell’oblio e un sedicente avvocato sospeso dall’Ordine?
In effetti, tante cose.
Ma ieri ci mancavano idee, per cui…



Arriviamo in questa sala a Palo del Colle e subito vengo travolta da quel misto di indignazione/preoccupazione/odore di santità tipico di chi frequenta gli ambienti ecclesiastici e ha la mentalità aperta quanto un parrucchiere il lunedì mattina.
Signore ingioiellate e impellicciate, signori con giubbotti tattici del decathlon, ma anche pensionati eleganti e uomini distinti, casalinghe con l’abito buono, qualche giovane coppia esempio di rettitudine per noi tutti e insomma, tutti in fila per il paradiso.
Ci accomodiamo e iniziamo a sondare il terreno ascoltando le chiacchiere di chi ci circonda. Veniamo piacevolmente colpiti dai discorsi dei vecchietti dietro di noi:

quello là, hai capito chi è? il figlio di quel bastardo, del carabiniere! quello che ci ha arrestati per aver ricostituito il partito fascista! cudd bastard.”

Perfetto, il mood c’è.

Dopo un’attesa densa d’imbarazzo (ancora non avevamo deciso quale profilo adottare: mimetizzarci tra gli autoctoni o costituire un contraddittorio che, ovviamente, non era presente?); finalmente arriva il parroco responsabile di questa mini crociata contro i froci.
Arriva e già dopo i primi convenevoli sento una fitta al cuore quando il Don dice:

 “ci teniamo a precisare che questo è un incontro LAICO, non cattolico o cristiano. Tuttavia, noi tutti sappiamo che i valori laici, se puri, hanno radici cristiane. Pertanto, affidiamo questo incontro alla madonna”.

Iniziamo alla grandissima.
ora” prosegue il parroco “chi vuole, può alzarsi e recitare assieme a noi l’Ave Maria”.

VROOOM.

Tutti in piedi, tranne io e il mio amico.

Questi due non si sono alzati” sento sibilare i vecchi dietro di me.

Effettivamente, non siamo stati bravi strateghi.

Dopo l’ave maria, accolto da scrosci di clericabili applausi e da un occhio di bue che manco gli spettacoli soft porno a chicago, arriva Povia. Capello al vento, piedi nudi per meglio connettersi con la madre terra e il padre marmo e una sana abbronzatura da muratore dalla quale evinco che probabilmente non ha un cazzo da fare da mane a sera se non starsene al sole a comporre canzoncine sui bambini e l'innocenza, come una lucertola un po’ hippy con delle bizzarre priorità.

Arriva e introduce subito, con voce flautata e carica di pathos, l’illustre avvocato Amato che - cito - “sta spendendo la sua vita per aiutarci a capire l’idea del gender e preservare i bambini da ogni tipo di pericolo”.

L’atmosfera si fa più dark. Proiettato sul muro, una presentazione power point che comincia con una citazione di G. K. Chesterton la quale dice, in soldoni, che verrà un giorno nel quale dovremo batterci per affermare cose ovvie: “che due più due fa quattro”, con buona pace dei Radiohead.

L’ovvia conclusione dell’avvocato è che, oggi, questo scenario apocalittico è più reale che mai. “Ma non parleremo di GHEI e OMOSESSUALI” rassicura subito. Ah.

Attacca Povia, con la canzone-inno di questi incontri deliranti, intitolata “invertiamo la rotta”. Parte il coro ultrà delle nonnine che si sentono pienamente rappresentate da questo inno alla famiglia tradizionale.

La questione viene complicata all’inverosimile, tra dati e grafici senza fonte (“questo è di BBC! questo è CNN!” dice l’avv), ma sostanzialmente è: i poteri forti (qualunque cosa essi siano) vogliono creare individui deboli e insicuri, talmente insicuri da non sapere manco se sono uomini o donne, in modo da manovrarli a loro piacimento. Per fare cosa? Per creare una società consumistica e malleabile.

Cosa che, per quanto ne so, va avanti dagli anni 50 e non ha bisogno di dolorosi interventi chirurgici, percorsi psicologici che durano anni e bombardamenti ormonali.

Che poi, non mi è chiara una cosa: se questi poteri forti sono così potenti e forti da indurmi a pensare (secondo Povia & Amato) che potrei essere maschio nonostante io abbia la vagina (perché di disforia di genere non ha parlato nessuno, in capa a loro tutti i trans della storia sono stati “indotti” a pensare di essere nati nel corpo sbagliato, because reasons), per rendermi debole e insicura/o (?) e plagiare il mio cervello a tal punto da...farmi comprare schiuma da barba e cose maschie? cioè, non mi è chiaro.

Non fanno prima a plagiarmi tramite pubblicità e superofferte al Lidl, per farmi comprare di più? Devono creare orde di nuovi travoni per motivi di bilancio delle società che producono glitter e boa di piume? Davvero, non mi è chiaro.

Cioè, riescono a plagiarmi a tal punto da farmi cambiare sesso e non riescono a convincermi del fatto che ho bisogno delle gallette del mulino bianco?

Ci sono molte cose che non mi tornano in questo discorso. Ma sinceramente a un certo punto ho smesso di farmi domande.

Un altro punto fondamentale del piano malvagissimo dei poteri forti, è quello di far scomparire la razza ariana (che saremmo noi italiani, ndr) per sostituirla con gli immigrati. 

Il disegno, per l’avv., è chiarissimo: le nascite stanno diminuendo; ci sono molti vecchi che prima o poi tireranno le cuoia, e questa gente che muore (o non nasce proprio) viene sostituita “al centesimo” (cit.) dagli immigrati nei barconi.
Evidentemente, quelli in surplus vengono buttati in mare per questioni di bilancio.

Questa cosa, spiega l’avv, si chiama “replacement migration” e significa inequivocabilmente che i poteri forti vogliono l’italia invasa dai negri e che i pochi italiani rimasti diventino transessuali. Per comprare le famose macine mulino bianco che altrimenti lasceremmo sugli scaffali. 
Povia ogni tanto interviene interrompendo il flow da teleimbonitore di Amato, facendo battutine del tipo “eh, poi noi saremmo complottari, fascisti!” eheheh.

Povia, che cazzo ridi? Penso io. Ma taccio, ché dietro c’ho le camicie nere e sinceramente vorrei tornare sana a casa.


Segue storia “allucinante” del nipote di Amato che, durante una conversazione in famiglia, droppa la bomba: nel sussidiario che usano a scuola, c’è scritto che, oggi, è giusto permettere agli stranieri di inserirsi in ogni livello della società. Che per me significa, banalmente, stesse opportunità per tutti; per Amato significa che essere stranieri diventerà un modo per avere accesso a una “corsia preferenziale” e beccarsi tutti i migliori posti di lavoro che l’Italia offre. Della serie, se alla coop è rimasto un solo posto vacante da cassiere, questo spetta di diritto ad Abdul piuttosto che a Mario. Perché sì. I poteri forti.

Ma il piano malvagissimo dei poteri forti non è finito qui, eh! Questi invasati, questi pervertiti, vogliono minare la più antica e importante istituzione sociale! Il nucleo della società! La famiglia.
Sgomento generale.
Svenimenti, sussulti, tumulti. 
Come è possibile? La famiglia? Avviso subito nonna Annunziata, che si metta al riparo per carità! Nessuno pensa ai bambini??

Momento rap di Povia, con tanto di gesti yo-yo ghetto girl mothafucka.

Segue spezzone di Povia che vince Sanremo con la canzone del piccione e che, durante il discorso di ringraziamento, dice “voglio dedicare questa canzone ai miei genitori che stanno insieme da 50 anni e chiedere a mio papà di dare un bacio a mia mamma, ché sono tanti anni che non si baciano”. 
Povia nel video piange, Povia in 3D si compiace.

Amato parla della fondamentale importanza della famiglia e prende a esempio proprio la famiglia di Povia (ricordiamo che, a detta di Povia stesso, i genitori non si baciano da anni, cosa che non mi fa pensare a una situazione particolarmente rosea, quanto a un matrimonio che fonda su solide basi di abitudini consolidate e noia coniugale), con tanto di video di repertorio in cui mamma e papà Povia, in canottiera con macchia di sugo d’ordinanza, scherzano seduti al tavolo della cucina, dandosi vicendevolmente del comunista.

Povia canta la canzone del piccione e, proprio come gli Iron Maiden, inserisce PALO DEL COLLE nel testo. Poesia pura.

Dopo aver tubato, l’Avv. sentenzia: L’italia vuole eliminare la famiglia dal codice.
Che codice? Cosa dici??

Segue strano aneddoto sulla Russia bolscevica, colpevole di aver tentato di eliminare la famiglia. Che detto così, suona bizzarro. Successivamente, a detta dell’Avv, la Russia è stata flagellata da guerre, bambini orfani che girano per strada senza arte né parte (le hanno eliminate fisicamente, ’ste famiglie?) e carestie (“perché quando si va contro la natura, la natura si ribella!”). Ben ti sta, Russia!
Marcia indietro del governo russo: ora le famiglie numerose ricevono sovvenzioni. Scacco matto, comunisti!
Ma la Russia ha anche il triste primato di aver legalizzato l’aborto. Di nuovo, sgomento in sala.
E anche stavolta, apparentemente, qualche piaga d’Egitto è intervenuta a far tornare il governo sui suoi passi.

Foto di Stalin, Povia gli urla contro TRMON!

Foto delle figlie di Povia, Povia canta la canzone scritta per una di loro: “ti insegnerò a stirare, e ai tuoi 18 anni ti stirerai il vestito”.


Argomento unioni civili.
Clip di repertorio di unione civile (versi disgustati in sala), laser dell’Avv. puntato su una bambina, costretta ad assistere a tale indicibile scempio, che si vede sullo sfondo. 
Povia canta Luca era gay precisando che ha tanti amici gay che gli hanno suggerito di dire, a chi ascolta le sue convention, che il Luca della canzone è guarito grazie agli antibiotici ETEROX (diapositiva di suppostone gigante con su scritto “eterox” in comic sans). Risatone.

Non posso fare a meno di pensare a quanti, tra i clericabili in fila per il proprio posto nell’Alto dei Cieli, si facciano sodomizzare a pagamento la domenica, subito prima della santa messa.

Povia ci spiega che, misteriosamente, subito dopo il boom di Luca era gay, gli si sono chiuse tutte le porte. Ricorda ai presenti che la sua canzone è arrivata seconda a Sanremo solo perché la DeFilippi si è comprata i voti e ha fatto vincere Marco Carta, e che lui comunque ha portato a casa il premio Mogol

Segue triste storia di come si è dovuto vendere suddetto premio per rifarsi gli infissi di casa.

Ma una nuova minaccia si abbatte sugli astanti, raccontata dalla tonante voce di Amato: qualcuno di non meglio identificato vuole legalizzare l’incesto.

Povia chiama sua madre, col vivavoce.
“Mamma?”
“eh."
"senti, qui l’avvocato Amato dice che vogliono legalizzare l’incesto”
“eh?”
“vuol dire che io e te dobbiamo andare a letto insieme, possiamo fare sesso
“ma vafangùl!”
la folla è in delirio, risate, applausi, madonn.
ahahah ciao mamma, ti saluto io e altre 400 persone!

Saremmo stati un'ottantina, compresi i tecnici delle luci, i fonici, i giornalisti e i carabinieri che presidiavano l’incontro, allarmati dalle presunte minacce di morte giunte a Povia e Amato.

Canzone inspiegabilmente scartata a sanremo dal titolo “Era meglio Berlusconi”.
La gente ride di un riso amaro, pieno di rimpianti, ricordando i bei tempi della dominazione del Cavaliere.

Da qui in poi, parte il delirio sulla fecondazione assistita, con annesse storie di povere collegiali americane costrette e vendersi gli ovociti per pagarsi gli studi, fino ad arrivare a una foto di Vendola che tiene il suo bambino “comprato” - tuona Amato -, precisando che “mamma Niki” (perché?!) “non somiglia assolutamente a nessuna delle Madonne col bambino disegnate da Caravaggio”. Perché la maternità è donna e solo la donna guarda il suo bambino con amore, solo una mamma lo protegge dal mondo accogliendolo sui suoi seni. Un ricchione compra i figli per capriccio, come fossero chiuaua da tenere in borsetta.

Varie foto di genitori transgender FtM, i famosi “uomini incinti”. Ancora una volta, sgomento generale. E a me non è chiara una cosa: se nella precedente ora e mezza Amato non ha fatto che dire che finché tieni la vagina sei femmina e finché tieni il pene sei maschio, in che modo avere i baffi pur mantenendo vagina e utero funzionante può farti somigliare meno alla madonna di caravaggio? Tecnicamente, secondo Amato, quelle sono donne a tutti gli effetti. Pure i trans figliano per capriccio? Tutti figliano per capriccio tranne le coppie etero? I figli fatti con l’inganno? I figli fatti nel tentativo di salvare matrimoni ormai in pezzi?

Davvero, non mi soffermo a descrivere la casistica completa, né a fare un contraddittorio, perché a questo punto della conferenza ero morta dentro.

Sai quando vedi talmente tante cose che non vanno, talmente tanta illogicità tutta insieme che ti viene solo voglia di implodere? Quella sana voglia di conflitto nucleare, di annichilimento della specie, altro che i barconi pieni di immigrati che ci rimpiazzeranno entro il 2020.

Povia ci delizia con un altro brano inspiegabilmente scartato a Sanremo. Era l’edizione “coi nastrini arcobaleno” e lui, per andare controcorrente e “difendere l’innocenza dei bambini” propose di sostituire i nastrini arcobaleno con nastri bianchi. Puri, innocenti, come sti cazzo de bambini che Povia tira fuori in ogni canzone. 

I casi son due: o tenta in tutti i modi di replicare l’ingiustificato successo di quella cacata dei bambini che fanno oh, oppure ha avuto un’infanzia difficile tipo Michael Jackson e cerca di superare la cosa scrivendo ottocento canzoni tutte uguali sui bambini puri, innocenti, angeli, difendiamoli dai froci.

Seguono immagini di parate naziste, seguite da video del gay pride. "Perché, ormai è inutile negarlo, questa è la nuova dittatura!".

Dopo un attento ascolto, ho notato che essenzialmente l’intera discografia di Povia è composta da una ventina di parole, che lui rimesta a casaccio per creare frasi nuove.

Siamo alla fine di questa tragedia durata quasi TRE ore. Nessun dibattito, solo Amato che sclera e Povia che fa da menestrello.
Quando ormai pensavo di aver raschiato il fondo della depressione da un pezzo, Povia dice chiaramente che sono disperati. Nel senso di poveri.
 L’avv. non esercita più (mi domando il perché) e lui ha ricevuto proposte milionarie (GF vip, isola dei famosi) ma è troppo saldo sui suoi princìpi che ha rifiutato tutto per abbracciare a piene mani una vita fatta di stenti, ma sempre illuminato dalla luce di maria, con la consapevolezza che sta facendo il giusto. Vengono proiettate le foto della macchina di povia, costantemente vittima di sassate da parte degli haters, ma lui continua a testa alta a “invertire la rotta” perché sa, appunto, di essere nel giusto.


Noi, vi giuro, siamo disperati. Noi veniamo qui a rimborso spese e vi chiediamo di sostenerci affinché possiamo continuare la nostra opera di informazione. Lì fuori troverete il nostro banchetto con il mio album autoprodotto e il libro di Amato, autopubblicato, Potete averli entrambi per soli 20 euro, e portarvi a casa due opere fondamentali per la vostra crescita”.

Controllo se in tasca ho due spiccioli da dare a Povia perché mi ha fatto pena. Ma avevo solo due euro sane e ho preferito darle, più tardi, al parcheggiatore abusivo.

Unica nota positiva, la sala aveva un bel cesso. 
Bello, ma inadeguato al numero di stronzi presenti.






giovedì 5 ottobre 2017

Elogio agli sfigati

Più passano gli anni, più mi rendo conto che le persone più brillanti che conosco, arrancano.
Fanno lavori di merda (spesso più di uno) per permettersi stanze di merda, in appartamenti di merda.
Campano di rinunce, di "stasera non esco ché non c'ho soldi"; di contratti a tempo determinato; di esami dati per inerzia.
Le persone più brillanti che conosco, ancora rincorrono i miti dell'infanzia.
Vanno alle fiere e si comprano i pupazzini di Sailor Moon e giocano a Pokémon sul nintendo.
Prendono calci in faccia dalla generazione di incapaci che li ha messi al mondo e che li ha scaraventati in questo tessuto socio-economico terrificante.
Gli stessi che condividono winnie pooh animati sui social e chiedono foto dei piedi in privato a ragazzine che potrebbero essere le loro figlie, o nipoti.

Sono curiosa di vedere come andrà a finire, cosa saremo capaci di fare.
Se dopo tutto questo arrancare ci resterà un po' di forza per continuare a seguire i sogni accantonati.
O se ci metteremo davanti al pc a guardare i cartoni animati in streaming, in memoria di quei giorni in cui dopo la scuola, dopo i compiti, ci piazzavamo davanti alla tv e tutto andava bene, per l'ultima volta.